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Relazioni Internazionali e Politica Internazionale

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Relazioni Internazionali

In questa pagina pubblicheremo nelle prossime settimane, articoli di geo-politica, macro-economia, politica e Relazioni Internazionali.

Daremo un poco più di attenzione al continente Africano dove focalizziamo maggiormente il nostro interesse, tuttavia andremo a pubblicare estratti, contenuti, riguardanti altri territori e Aree geografiche ove gli eventi possano determinare ripercussioni nello scenario macro-economico globale e nelle azioni di Internazionalizzazione a favore di aziende esportatrici.

Informazioni sui Paesi Esteri

AFRICA SUB-SAHARIANA
- Benin
- Costa D’Avorio e cacao grezzo in semi da macinare
- Ghana Scheda Paese
- Kenya: prodigioso sviluppo delle Energie Rinnovabili in Kenya
- Mauritania, pesca, prodotti ittici e possibilità di investimento in linea produttiva
- Nigeria Scheda Paese
- Sud Africa Scheda Paese
- Tanzania Scheda paese
- Tanzania Opportunità per investitori nell’area Mining e concessioni per oro e diamanti
- Uganda Scheda Paese, Servizi IBS ed Opportunità di Business

AMERICA LATINA
- Bolivia, Il miracolo economico dell’America Latina, il caso Bolivia
- Brasile e Infrastrutture
- Brasile l’Economia rallenta, tuttavia mantiene l’attrattività nonostante il rallentamento della crescita

ASIA
- Cina: Incoming in Italia di Clienti ed operatori cinesi
- Corea del Sud e Giappone Servizi per promuovere il Made in Italy
- Rapporti Italia Iran
- Iran: Piano d’azione congiunto globale: la transizione pacifica dell’Iran aprirà le porte a nuove partnership economiche?
- Turchia Scheda Paese
- Turchia : un paese emergente nel cuore dei conflitti del Golfo
- Turchia Unione Europea ad un passo dal divorzio ?

EU
- Accordo di Parigi
- Brexit
- Brexit effetto domino ?
- Bulgaria: Missioni Imprenditoriali in Bulgaria
- Polonia ZES
- Spagna Canarie (startup)
- Svezia: punta sulle Rinnovabili, eolico, fotovoltaico, biomassa

MENA
- Algeria Country Profile
- Marocco Scheda Paese
- Marocco Micro Credito e Sviluppo Umano
- Marocco Turismo e Micro Credito in Marocco
- Morocco and North Africa: nuovi obiettivi per le multinazionali ?
- Tunisia Scheda Paese
- Tunisia Arab Spring: il successo delle primavere arabe
- Tunisia: la rivoluzione dei gelsomini 5 anni dopo

RUSSIA

- L’Unione Doganale Eurasiatica e il Commercio con la Russia

US
- Il piano economico di Donald Trump
- Immigrare negli Stati Uniti: la strada permanente e quella temporanea

Temi di carattere socio-economico

- ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite)
- UE Giappone, accordo di partenariato economico
- ECOWAS – CEDEAO e Progetto NourDign, per garantire dignità alle donne Africane
- Paesi in via di sviluppo: come uscire dalla trappola della povertà ?
- Cina Africa il binomio perfetto
- Dal partenariato Euromediterraneo alla PEV: l’UE a sostegno dei paesi terzi mediterranei
- Il Trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti: guadagni ad un alto prezzo
- MERCOSUR, la Free Trade Zone nell’America Meridionale: un’unione che deve rinnovarsi
- NAFTA Agreement vs Unione Europea: unioni a confronto
- Le foreste: una preziosa fonte di cibo a rischio
- Europa ed immigrazione

I Desk della Rete Estera IBS – Servizi ed Opportunità

DESK ESTERI IBS LINK

Area Relazioni Internazionali

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Area Relazioni Internazionali

IBS ha attivato una rete di contatti ed un network con Agenzie specializzate sul tema della Ricerca economica e delle Relazioni Internazionali.
Tra le persone che collaborano con IBS ci sono professionisti specializzati sui temi di geopolitica, macro-economia, studio e analisi dinamiche relative a segmenti economici o industriali, elementi che è indispensabile valutare relativamente ad un Business o nella attuazione di strategie in mercati esteri.

TEAM

Diego Caballero Vélez

Diego Caballero Velez

FORMAZIONE : Diritto internazionale e Relazioni internazionali; Traduzione ed interpretariato;
LINGUE : Italiano, Inglese, Francese, Arabo;
ATTIVITÀ: Analisi macro-economiche Spagna e paesi latini, Nord Africa, Nord Europa;
REDAZIONE ARTICOLI : Spagna, paesi latini, Nord Africa e Africa Sub-Sahariana, Nord Europa;

Pierre Varasi

Pierre Varasi

FORMAZIONE : Diritto internazionale, Relazioni Internazionali, Rapporti diplomatici;
LINGUE : Italiano, Inglese, Francese;
ATTIVITÀ: Analisi macro-economiche Europa, Area Nord America e Canada;
REDAZIONE ARTICOLI : Europa, Area Nord America e Canada, Nord Africa e Africa Sub-Sahariana;

Benin

BENIN

Benin - Country Profile

BENIN – SCHEDA PAESE

Capitale: Porto-Novo
Città più popolata: Cotonou
Lingue ufficiali: Francese
Forma di governo: Repubblica presidenziale
Superficie totale: 114.764 km2
Popolazione: 10.872.298 (stime 2016)
PIL: totale $27,177 miliardi / pro capite $2.297 (stime 2017)
Valuta: Franco CFA

Struttura dell’economia

L’agricoltura rappresenta un quarto del PIL e impegna il 51% dei lavoratori del Paese; il cotone è la materia prima più esportata. Il settore informale, compresa l’agricoltura di sussistenza, contribuisce fino a quasi il 60% del PIL e impegna più dell’80% della forza lavoro. La diversificazione, guidata dall’agricoltura e dai servizi, avanza lentamente. Durante il periodo 2010-16, il settore primario ha contribuito per lo 0,5% alla crescita del PIL reale mentre il secondario e il terziario per circa l’1% e il 2,2% rispettivamente, percentuali che sono cambiate di poco rispetto al 1990, anno a partire dal quale si hanno a disposizione i primi dati.

Agricoltura

Il settore agricolo dipende largamente dall’andamento delle precipitazioni e, soprattutto, da un prodotto (il cotone). Nonostante la sua scarsa produttività, l’agricoltura rimane una delle principali fonti di crescita e occupazione del Paese. Per contribuire ulteriormente alla crescita economica e alla riduzione della povertà, tale produttività dovrebbe essere considerevolmente rafforzata. L’esportazione agricola si concentra su tre categorie di prodotti: cotone, frutta (ananas) e noci (anacardio), e semi oleosi (di soia e di cotone). Per far fronte ai bisogni di una popolazione urbana in aumento, il Pese continua a importare una grande quantità di ortaggi dai suoi vicini (principalmente Burkina Faso e Nigeria), riso dall’Asia, grano, carni congelate e latte dall’Europa e pollame congelato dal Brasile. Il settore agricolo ha davanti ha sé una triplice difficoltà: quella di diversificare l’esportazione, di aumentare la produzione di cibo, e di aumentare in maniera sostenibile la produttività agricola e post-raccolto. Nel corso del tempo, la percentuale del settore agricolo è scesa nei Paesi a basso reddito, ma in Benin è rimasta elevata.

Crescita

Nell’ultimo decennio, la crescita del Benin è stata relativamente molto instabile e la crescita del PIL pro capite stagnante. Nel 2016 l’economia reale ha avuto una ripresa del 4% rispetto al 2015, anno in cui il tasso di crescita era rallentato del 2,1% a causa di uno scarso raccolto agricolo generato da condizioni meteorologiche sfavorevoli e da una ripercussione negativa da parte della Nigeria. Dal 2006 al 2016, la crescita media del PIL reale è stata del 4,2%, soprattutto grazie ai servizi. Il disavanzo pubblico è cresciuto dal -0,4% del PIL nel 2012 al -6,2% del PIL nel 2016.

Inoltre, la crescita economica non ha riguardato tutti i settori. Nonostante progressi recenti, il Benin rimane un Paese a basso reddito con circa 11 milioni di abitanti e un reddito pro capite di $790 nel 2015. La rapida crescita demografica, che avuto una media del 3,5% l’anno, ha portato a un aumento modesto e disuguale del consumo delle famiglie. Gli indicatori relativi a istruzione, salute, accesso all’acqua e mortalità infantile sono migliorati negli anni recenti ma lentamente. La crescita è stata accompagnata da una scarsa creazione di posti di lavoro e da una sottoccupazione diffusa che colpisce soprattutto le donne e i giovani delle aree urbane.

L’investimento estero diretto mantiene il passo con i Paesi dell’Africa subsahariana ma sono necessari più investimenti. Attualmente, confrontando il Benin con i Paesi subsahariani, la quota dei settori manifatturiero e dei servizi è superiore a quella di gran parte di essi, attestandosi al 75% del PIL.

Benin - Employment by sector

Benin Sectoral Employment by Gender

Diversificazione dell’esportazione

Non vi è stata alcuna diversificazione per quanto riguarda l’esportazione. I Paesi africani di riferimento hanno visto una diversificazione piuttosto forte dopo il 1990 e hanno raggiunto il livello dei Paesi di riferimento asiatici. Il numero di partner nell’esportazione è mediamente aumentato, ma le quote dei principali partner prevalgono ancora.

Politiche necessarie

Le politiche economiche dovrebbero concentrarsi sulla risoluzione delle debolezze che impediscono l’entrata in nuove linee di attività economica. In particolare, le misure che potrebbero aiutare a migliorare la produttività nel breve termine comprendono:

• l’adozione su larga scala di migliori tecnologie agricole
• lo sviluppo della produttività attraverso una gestione efficiente dell’acqua, della riduzione delle perdite post-raccolto e un migliore accesso al mercato attraverso magazzini e altre strutture
• il sostegno istituzionale al Ministero dell’Agricoltura e altri stakeholder del settore
• un migliore accesso ai servizi finanziari

Inoltre, delle misure per migliorare l’istruzione potrebbero avere un impatto significativo sull’economia informale.

Inclusione finanziaria e sviluppo

Mentre l’accesso alla finanza sta migliorando in confronto agli altri Paesi subsahariani, alcune riforme potrebbero incoraggiare l’inclusione finanziaria e completare gli sforzi per promuovere l’espansione del settore privato e la creazione di lavoro. Il settore finanziario del Benin è limitato, segmentato e con un’inclusione finanziaria ridotta. In esso operano tre maggiori categorie: il settore bancario, le istituzioni di micro-finanza, e altri istituti non bancari.

A partire dalla fine del 2016, vi erano 15 banche commerciali, di cui 4 possedevano circa l’80% dei prestiti al sistema bancario. Anche se il sistema bancario rimane stabile, le sue dimensioni non sono cresciute. Il settore bancario è complessivamente sano, ma ha un ruolo ridotto nell’inclusione finanziaria. Secondo le stime del 2010 della Banca centrale degli Stati dell’Africa occidentale, vi è uno scarso livello di accesso ai servizi bancari. Più precisamente, il numero di conti di deposito presso banche commerciali relativo alla popolazione attiva si aggira intorno al 5%. Nonostante le banche abbiano sviluppato reti di filiali nel Paese, nel 2015 solo il 17% della popolazione aveva un conto corrente bancario. L’accesso alla finanza è difficile per alcuni gruppi vulnerabili e per le piccole e medie imprese.

Il settore della microfinanza gioca un ruolo importante nel fornire finanziamenti sia all’economia che alla popolazione rurale, le quali non sono servite a sufficienza da parte dalle banche. Nonostante il fatto che la microfinanza stia giocano un ruolo crescente nella riduzione della povertà in Benin, esso non fornisce finanziamenti alle piccole e medie imprese, soprattutto per quanto riguarda i prestiti a lungo termine. Il gran numero di istituti microfinanziari non autorizzati costituisce un alto rischio per il sistema bancario e necessita di un ulteriore rafforzamento dei requisiti di autorizzazione. Nonostante il numero di filiali bancarie sia recentemente aumentato, specialmente nelle aree rurali, vi è ancora possibilità di espandere ulteriormente l’inclusione finanziaria rafforzando il quadro normativo.

L’accesso ad un conto corrente in Benin è scarso se confrontato con quello medio degli altri Paesi a basso reddito. Gli uomini presentano un accesso maggiore rispetto alle donne e anche il livello di istruzione è un fattore che determina la possibilità di tale accesso.

Benin - Having an account

Il settore finanziario del Benin fornisce un contributo limitato agli investimenti privati sia perché il quadro istituzionale scoraggia le banche commerciali dal prendersi rischi, sia perché il costo per la creazione di filiali bancarie nelle aree rurali è molto alto. Il Benin ha un andamento relativamente buono per quanto riguarda la possibilità di effettuare transazioni attraverso dispositivi mobili, possiede infatti circa il 5% di tali transazioni tra i Paesi dell’unione economica e monetaria dell’Africa occidentale, ma vi sono opportunità di ulteriore progresso.

Benin - Volume of mobile transactions

Efficienza degli investimenti pubblici in Benin

Il Benin è proiettato verso l’aumento del volume degli investimenti pubblici in maniera significativa, in modo da contribuire all’eliminazione delle lacune delle infrastrutture della regione. Il Benin sta rimanendo indietro rispetto agli altri Paesi subsahariani per quanto riguarda la fornitura di elettricità, la densità delle strade asfaltate e le infrastrutture delle telecomunicazioni. Storicamente, il Benin ha speso molto meno nell’ambito degli investimenti pubblici rispetto ai suoi vicini. L’investimento pubblico, in proporzione al bilancio statale, si è mantenuto ad un tasso medio annuale del 36,7% dal 2010 al 2014 nonostante bisogni importanti. La performance del Paese nell’ambito dell’investimento pubblico sembra più scadente rispetto ad altri Paesi simili. Sebbene lo sforzo nell’investimento pubblico sostenuto dal Benin sia sopra la media dei Paesi dell’unione economica e monetaria dell’Africa occidentale, esso è sceso vertiginosamente dal 2010. L’accesso alle infrastrutture pubbliche come l’elettricità o l’acqua trattata è scarsamente migliorato dagli anni ’90. Per colmare tale gap, il Benin sta progettando di aumentare significativamente la spesa di capitale pubblico nel medio termine. Tuttavia, oltre alle lacune delle infrastrutture, queste sono anche considerate di bassa qualità e l’efficienza degli investimenti sembra essere scarsa. Gli indici globali di competitività del più recente Forum Economico Mondiale (FEM) classificano il Benin al disotto della media dei Paesi subsahariani.

Benin - indicators of Infrastructures quality

Disuguaglianza

Il Benin ha affrontato una difficile situazione macroeconomica caratterizzata da due fattori. La crescita è significativamente rallentata e il rapporto tra debito pubblico e PIL ha raggiunto il 47% nel 2016. Allo stesso tempo, un gettito fiscale basso limita la capacità del governo di raggiungere degli obiettivi sociali. Per far fronte ai grandi squilibri macroeconomici, il Benin ha lanciato nel 2017 una riforma centrata sulla mobilizzazione del reddito interno. La riforma ha cercato di aumentare il gettito fiscale attraverso un aumento delle aliquote dell’ imposta sul valore aggiunto e a un taglio alle spese non prioritarie per contenere l’accumulo di debito pubblico. Tale riforma riduce i redditi dei poveri nelle aree urbane e le disuguaglianze di entrata in quelle rurali.

Povertà

La solida performance macroeconomica del Benin non si è tradotta in una riduzione significativa della povertà. In seguito a un decennio di performance economica mediocre, la crescita negli ultimi 3 anni (2013-15) ha avuto una media del 5,2%, colmando così il gap con il resto dell’Africa subsahariana riguardo alla crescita del PIL pro capite.
Nonostante la crescita del PIL pro capite reale a partire dal 1987, il tasso di povertà del Paese negli anni recenti è peggiorato. Una stima complessiva della povertà in Benin, condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica e Analisi Economica, mostra che la percentuale della popolazione che vive in condizioni di povertà è salita dal 36,2% nel 2011 al 40,1% nel 2015.
Tuttavia il livello di sviluppo del Benin è rimasto virtualmente immutato, poiché il suo Indice di Sviluppo Umano è aumentato da 0,480 nel 2015 a 0,485 nel 2016, inferiore alla media di 0,523 dei Paesi subsahariani.

Benin - Real GDP per Capita 1965 - 2016

Benin - Human Development Index 1980 - 2014

Il Paese registra un considerevole declino nei diritti, essendo il settimo peggior Paese del continente in questo campo. Vi è una regressione preoccupante riguardo alle libertà di espressione, associazione e assemblea. Allo stesso tempo, il Benin è l’ottavo Paese del continente in quanto a miglioramento dell’istruzione (+10,6), soprattutto per quanto riguarda l’istruzione primaria.

Riferimenti del Fondo Monetario Internazionale:

Dabla-Norris, Era, Giang Ho, Kalpana Kochhar, Annette Kyobe, and Robert Tchaidze, 2013, “Anchoring Growth: The Importance of Productivity-Enhancing Reforms in Emerging Market and Developing Economies”. IMF SDN/13/08.
Dabla-Norris, Era, Jim Brumby, Annette Kyobe, Zac Mills, and Chris Papageorgiou, 2011, “Investing in Public Investment Efficiency”. IMF Working Paper 11/97.
Dominguez-Torres, Carolina and Vivien Foster, 2011, Benin’s Infrastructure—A Continental
Perspective. Policy Research Working Paper 5689. The World Bank. June
Henn, Christian, Chris Papageorgiou, and Nikola Spatafora, 2013,” Export Quality in Developing Countries,” IMF Working Paper 13/108.
IMF, 2014a, “Sustaining Long-Run Growth and Macroeconomic Stability in Low-Income Countries—The Role of Structural Transformation and Diversification.” IMF Policy Paper, March.
Imbs, Jean, and Romain Wacziarg. 2003. “Stages of Diversification.” American Economic Review, 93(1): 63-86.
Medina, Leandro; Andrew W Jonelis, and Mehmet Cangul, 2017, “The Informal Economy in Sub-Saharan Africa: Size and Determinants,” Working Paper No. 17/156
Papageorgiou, Chris, Fidel Perez-Sebastian, and Nicola Spatafora, 2013, Structural Change through Diversication: A Conceptual Framework. International Monetary Fund. March.
Regional Economic Outlook, 2015, African Department. International Monetary Fund. April.
Maria Albino-War, Svetlana Cerovic, Francesco Grigoli, Juan Carlos Flores, Javier Kapsoli, Haonan Qu, Yahia Said, Bahrom Shukurov, Martin Sommer, and SeokHyun Yoon, 2014, Making the Most of Public Investment in MENA and CCA Oil-Exporting Countries. International Monetary Fund, November.
Foster, Vivien, and Cecilia Briceño-Garmendia, 2010, Africa’s Infrastructure: A Time for Transformation, Africa Development Forum. Washington, DC: World Bank.
http://documents.worldbank.org/curated/en/246961468003355256/Africas-infrastructure-atime-for-transformation
Commission for Africa, 2015, Still Our Common Interests, March.
Gelb, A., and S. Grassman, 2010. “How Should Oil Exporters Spend Their Rents?” Working Paper 221, Center for Global Development, Washington, DC.
Grigoli, F., and J. Kapsoli, 2013. “Waste Not: The Efficiency of Health Expenditure in Emerging and Developing Countries.” IMF Working Paper 13/87, International Monetary Fund, Washington, DC.
International Monetary Fund, 2015, “Making Public Investment More Efficient”, Fiscal Affairs Department Policy Paper, Washington, DC.
Keefer, P., and S. Knack, 2007. “Boondoggles, Rent-Seeking and Political Checks and Balances: Public Investment under Unaccountable Governments.” Review of Economics and Statistics 89 (3): 566–72.
Adrian Peralta-Alav, Marina Mendes Tarvares, and Xuan S. Tam, 2017, The Distributional Implications
of Fiscal Consolidation in Developing Countries, Manuscript.
Bollinger, Christopher R. and Barry T. Hirsch, 2013, “Is Earnings Nonresponse Ignorable?” Review of Economics and Statistics, May, 95(2): 407–416.
Bollinger, Christopher R. and Barry T. Hirsch, 2006, Match Bias from Earnings Imputation in the Current Population Survey: The Case of Imperfect Matching, Journal of Labor Economics, July, 24, 483-519.
Fabrizio, Stefania, David Furceri, Rodrigo Garcia-Verdu, Bin Grace li, Sandra V. Lizarazo, Marina Mendes Tavares, Futoshi Narita, and Adrian Peralta-Alva, 2017, Macro-Structural Policies and Income Inequality in Low-Income Developing Countries. SDN/17/01. January
Institut National de la Statistique et de l’Analyse Economique, 2015, Enquete Modulaire Integree sur les Conditions de Vie des Menages. Octobre.
Medina, Leandro, Andrew Jonelis, and Mehmet Cangul, 20917, The Informal Economy in Sub-Saharan Africa: Size and Determinants, International Monetary Fund. WP/17/156 Tang, Xin, A Tutorial of the Toolkit for Solving a Multisector Heterogeneous Agents General Equilibrium Model, August. Manuscript.
Institut National de la Statistique et de l’Analyse Economique, 2015, Enquête Modulaire Intégrée sur les Conditions de Vie des Ménages. Octobre.
Nora Lustig, ed., Commitment to Equity Handbook: Estimating the Redistributive Impact of Fiscal Policy, The Brookings Institution and CEQ Institute/Tulane University, in progress.
Human Development Report 2016, UNDP, 2016.

ALTRI LINK DI INTERESSE SUL BENIN:

- Fondo Monetario Internazionale IMF
- Benin Wikipedia
- Governo della Repubblica del Benin
- Informazioni Generali sul Benin
- Notizie ed articoli dal Benin

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Brasile e Infrastrutture

BRASILE

Brasile e Infrastrutture

La presente scheda che riporta alcuni aspetti peculiari relativi al Brasile è stata realizzata tramite informazioni provenienti da parte del Fondo Monetario Internazionale.

COLMARE IL DIVARIO E PROMUOVERE INVESTIMENTI IN INFRASTRUTTURE IN BRASILE

In merito alle infrastrutture del Brasile, la sovvenzione delle infrastrutture in Brasile si posiziona in basso rispetto agli standard internazionali, così come la scarsa qualità sulla produttività, l’efficienza del mercato e la competitività. Aumentare gli investimenti nelle infrastrutture è il fattore chiave per liberare la forza economica e promuovere la crescita.

PANORAMICA

SVILUPPARE UNA STRATEGIA ECONOMICA PER AUMENTARE GLI INVESTIMENTI NELLE INFRASTRUTTURE RICHIEDE UN COLLEGAMENTO TRA PROVVEDIMENTI INFRASTRUTTURALI E CRESCITA, DETERMINANDO IL DIVARIO INFRASTRUTTURALE E INDIVIDUANDO IL CORRETTO CANALE DI FINANZIAMENTO DI ADEGUATA DOTAZIONE

Le zone in cui la competitività del Brasile ha rallentato includono, ma non si limitano solo a queste, istruzione, innovazione, governance e il settore giudiziario. Le infrastrutture inadeguate sono sempre più riconosciute come un ostacolo importante per migliorare la scarsa produttività, l’andamento delle esportazioni stagnanti, l’integrazione insufficiente nel mercato interno e il debole potenziale di crescita. La segmentazione del mercato causata dalla differenza nei relativi prezzi può avere importanti implicazioni sociali e macroeconomiche. La disuguaglianza di introiti può anche aumentare con la segmentazione del mercato, come per i produttori a basso reddito nelle zone rurali che sono influenzati negativamente dalle difficoltà di accesso a mercati di consumo di grandi dimensioni. Vari anni di insufficienti investimenti in infrastrutture hanno contribuito a ridurre la crescita potenziale.

PER EVIDENZIARE IL BISOGNO DI UN MAGGIORE INVESTIMENTO IN INFRASTRUTTURE IN BRASILE, SI CERCA DI FAR LUCE SULLE LACUNE INFRASTRUTTURALI DI QUESTO PAESE

Gli investimenti nelle infrastrutture sono spesso visti come una strategia per promuovere l’integrazione interna e la competitività delle esportazioni. Seguendo questa logica, dobbiamo prima guardare a come le infrastrutture influiscono nella integrazione nazionale, analizzando la convergenza dei prezzi tra le principali città. Dopo, utilizzando indicatori quantitativi e qualitativi, sarà possibile osservare attentamente le carenze nelle infrastrutture in tutti i settori contro gli attuali livelli di reddito del Brasile e contro i livelli delle infrastrutture e la qualità dei competitori in Brasile nei suoi mercati di esportazione. In seguito saranno documentati i trend passati di investimenti in infrastrutture in Brasile e descriveremo il programma concessioni delle autorità alla luce delle esigenze infrastrutturali più urgenti. Infine, discuteremo delle politiche che potrebbero contribuire a colmare il divario infrastrutturale.

QUANTO È INTEGRATO IL BRASILE?

LA CONVERGENZA DEI PREZZI IN BRASILE È PIÙ LENTA CHE NEI PAESI DI CONFRONTO

I dati internazionali utilizzando approcci empirici simili, applicati anche ai dati mensili CPI, indicano bassissimi periodi di dimezzamento del prezzo di convergenza in altri paesi. Per la Cina, la media di questo periodo di convergenza tra il 1993 e il 2003 (Li e Huang, 2006) è stato di 2,4 mesi, per il Canada tra il 1978 e il 1994 era di 5 mesi (Fan e Wei, 2006). I risultati per entrambi i paesi indicano che più del 90 per cento dei relativi prezzi shock scompariranno entro 18 mesi, molto più velocemente rispetto al caso del Brasile.

Brazil - Path of Price Convergence, Response Functions

LE CONDIZIONI DELLE INFRASTRUTTURE

IL BRASILE SEGNA UN PUNTEGGIO BASSO SU UNA GRANDE VARIETÀ DI INDICATORI QUALITATIVI DI ADEGUATEZZA DELLE INFRASTRUTTURE

Sulla base della qualità complessiva delle infrastrutture, il Brasile è classificato al 120esimo posto su 144 Paesi esaminati dal World Economic Forum nel 2014, con risultati particolarmente scarsi per la qualità del trasporto aereo e stradale. In altri settori, il Brasile è classificato nel terzo inferiore dei paesi esaminati. Le classifiche del Brasile sono state basse negli ultimi dieci anni, e sono peggiorate in generale negli ultimi 5 anni. Ma per un insieme più significativo di confronti, abbiamo scelto dei benchmark di infrastrutture del Brasile contro quelle dei suoi principali concorrenti nei propri mercati di esportazione.

Brazil - Infrastructure Quality Indicators
Brazil - Infrastructure Quality Indicators 2

IL BRASILE HA UNA QUALITÀ COMPLESSIVA INFERIORE DELLE INFRASTRUTTURE RISPETTO A QUASI TUTTI I SUOI CONCORRENTI DI ESPORTAZIONE

I punteggi del Brasile per l’adeguatezza del capitale fisico in tutti i settori delle infrastrutture dei trasporti — strade, porti, ferrovie e di quelle del trasporto aereo — sono notevolmente inferiori a quelle dei suoi principali concorrenti di esportazione. Solo nel settore dell’elettricità e delle telecomunicazioni il Brasile ha un posizionamento migliore nella classifica rispetto ad alcuni concorrenti, aree nelle quali ha investito in egual modo e di più negli ultimi anni e in modo più efficiente, attraverso una maggiore partecipazione del settore privato. Eppure, secondo l’Enterprise Survey 2010 della Banca Mondiale, il 46 per cento delle imprese in Brasile ha indicato che l’elettricità è stata uno dei principali ostacoli all’attività (contro il 38 per cento in LAC).), mentre il 28 per cento delle imprese ritiene che il trasporto sia un vincolo importante (contro il 23 per cento in LAC).

GLI INDICATORI ENERGETICI SONO MENO SFAVOREVOLI

Dal 1980 la produzione di elettricità e il consumo pro capite sono più che raddoppiati e la copertura è quasi universale. Tuttavia le perdite di trasmissione e distribuzione di energia elettrica sono aumentate e ora superano il 15 per cento della produzione di energia elettrica.
Inoltre, la fotografia della situazione ha recentemente sottolineato la vulnerabilità legata alla forte dipendenza del sistema dall’energia idroelettrica per la produzione di elettricità.

Brazil - Electric power transmission and distribution losses

LE CARENZE NELLE INFRASTRUTTURE NEL SETTORE DEI TRASPORTI SEMBRANO PIÙ ACCENTUATE QUANDO GLI INDICATORI QUALITATIVI E QUANTITATIVI SONO UNITI ALL’INSIEME DEI MEZZI DI TRASPORTO DEL BRASILE

I concorrenti del Brasile fanno maggiore affidamento sulla ferrovia per il trasporto delle merci, che è più adatta a grandi volumi, e per materie prime a basso valore aggiunto. In Brasile, il 60 per cento dei prodotti agricoli vengono trasportati su gomma e tramite le autostrade, mentre la maggior parte del ferro è trasportato tramite ferrovia (Credit Suisse, 2013). Per il cattivo stato delle strade, l’insieme dei trasporti sembra essere un vincolo sulle esportazioni e la competitività del Brasile come sistema paese.

Brazil - share of Good Transport

ANCHE I PORTI E GLI AEROPORTI SONO LIMITATI E DA POTENZIARE

Nel 2013, solo il porto di Santos (Sao Paulo) in Brasile è stato nella lista dei top 100 ossia dei migliori porti del mondo, che occupa la 41esima posizione, grazie ad un 6,2 per cento in aumento del throughput nel 2012 (Containerisation Internazionale).
Le prove aneddotiche di strozzatura nei porti brasiliani sono facili da trovare; per esempio, il Credit Suisse (2013) nota: “coda di 10 miglia di camion in attesa ai cancelli per scaricare il raccolto e 200 navi in attesa di caricare le merci”.
Mentre, parte del divario infrastrutturale crescente può essere dovuto a una manutenzione inadeguata e ad una intensificazione dello sfruttamento, la quota maggiore del divario è più probabilmente causata da un prolungato periodo di scarsi investimenti rispetto ad altri paesi.

LA QUALITÀ DELLE INFRASTRUTTURE DEL BRASILE È ANCHE AL DI SOTTO DELLA MEDIA DEI PAESI CON LIVELLI DI REDDITO SIMILI

Nel periodo che va dal 2005 al 2010, il punteggio della qualità delle infrastrutture complessivo per il Brasile è stato inferiore rispetto ad una media fatta utilizzando la distribuzione del PIL pro capite tra i Paesi considerati (PPP, costante 2.005 $ internazionale).
Tra i paesi di esportazione concorrenti del Brasile, solo la media dell’Argentina era più grande, tuttavia il risultato complessivo maschera differenze in tutti i settori.
La fornitura di energia elettrica e le infrastrutture di telecomunicazione del Brasile segnano un punteggio relativamente alto.
Al contrario, la qualità delle strade, ferrovie, porti e aeroporti è stata molto inferiore rispetto alla media, con le maggiori lacune nelle infrastrutture stradali e nei porti.

Brazil - Infrastructure Quality and Income

TREND DI INVESTIMENTI IN INFRASTRUTTURE

LE STROZZATURE INFRASTRUTTURALI SOPRA DESCRITTE RIFLETTONO UN PROLUNGATO PERIODO DI BASSI INVESTIMENTI IN INFRASTRUTTURE

Nei primi anni ottanta, gli investimenti nelle infrastrutture in Brasile sono diminuiti in modo significativo, passando da una media del 5,2 per cento del PIL ad una media del 2¼ per cento del PIL negli ultimi due decenni, e leggermente aumentati a circa il 2½ per cento del PIL nel 2013.
Mentre i beni e i dati di investimenti infrastrutturali standardizzati, in particolare per un confronto tra i Paesi, non sono disponibili, diverse fonti di dati confermano che per un paio di decenni gli investimenti nelle infrastrutture in Brasile non sono stati all’altezza dei livelli che si sono verificati in altri paesi dell’America Latina e dei paesi dei mercati emergenti, come Cile, Cina e India (Calderón e Serven, 2010; Frischtak, 2013).
Esistono anche importanti differenze tra i livelli di investimento per settore. In particolare, i settori dell’energia elettrica e delle telecomunicazioni continuano a rappresentare la maggior parte degli investimenti in infrastrutture in Brasile, che riflette la partecipazione del settore privato nel quadro del regime di concessioni.
Al contrario, il Cile ha investito di più in strade e nella distribuzione / fornitura di acqua e servizi igienici.

Brazil - infrastructure Investment 1
Brazil - infrastructure Investment Average

IL CALO DEGLI INVESTIMENTI IN INFRASTRUTTURE IN BRASILE È IN GRAN PARTE SPIEGATO DA UNA RIDUZIONE DEGLI INVESTIMENTI IN INFRASTRUTTURE PUBBLICHE

La Costituzione del 1988 ha ridotto il pool di fondi federali disponibili per le spese in conto capitale, in quanto ha sostituito le imposte settoriali specifiche federali stanziate per l’energia, i trasporti, le telecomunicazioni con quelli non specifici a livello statale; ha inoltre aumentato i trasferimenti ai governi subnazionali e, infine, ha destinato introiti a determinate spese pubbliche correnti.
Lo sforzo di risanamento dei conti pubblici effettuato dal 1999 ha limitato lo spazio fiscale disponibile per gli investimenti pubblici, a causa delle rigidità di bilancio e della spesa pubblica corrente primaria obbligatoria.
Di conseguenza, da allora le spese pubbliche stanziate per gli investimenti nelle infrastrutture sono rimaste contenute, nonostante le iniziative volte a dare priorità agli investimenti in infrastrutture, come il Programa de Aceleração do Crescimento (PAC), avviato nel 2007 dal governo federale con l’obiettivo di accelerare la crescita economica.
Allo stato attuale, circa il 75 per cento del totale degli investimenti per le amministrazioni pubbliche si esegue a livello subnazionale.

INTANTO, GLI INVESTIMENTI DEL SETTORE PRIVATO NON HANNO RIEMPITO LO SPAZIO LASCIATO LIBERO DAL SETTORE PUBBLICO

Negli anni Novanta, le privatizzazioni e le concessioni hanno aperto a settori infrastrutturali chiave come le telecomunicazioni, l’energia e i trasporti per investimenti privati, ma gli investimenti privati non sono stati sufficienti a compensare il declino dell’investimento pubblico.
La partecipazione privata nel settore delle infrastrutture in Brasile è stato basso in confronto agli altri paesi dell’America Latina, soprattutto se confrontato con il Cile, dando forza al fatto che l’investimento sull’ambiente, comprese le opportunità di investimento e i quadri normativi e istituzionali, svolgono un ruolo importante nel determinare i livelli di investimento in infrastrutture globali e quindi consentono di affrontare le lacune infrastrutturali.

IL RUOLO DEL PROGRAMMA DI CONCESSIONE

IL BRASILE MIRA AD OTTENERE LE CONCESSIONI CON L’OBIETTIVO DI COLMARE LE LACUNE INFRASTRUTTURALI

Le concessioni possono portare a competenza ed efficienza nel settore privato e anche aiutare a bypassare alcune delle sfide affrontate dagli investimenti pubblici — come gli ostacoli del contraente — quindi accelerare il processo di investimento.
Una prima fase di concessioni in Brasile ha avuto luogo durante la fine degli anni Novanta. Attraverso la privatizzazione, il settore privato è diventato il principale operatore nel settore delle telecomunicazioni, l’elettricità e le ferrovie.
Le concessioni sono state assegnate per circa 5.000 km di strade federali. Vale la pena notare che gli investimenti del settore privato attraverso le concessioni nei settori delle telecomunicazioni e dell’elettricità hanno contribuito ad eliminare le carenze nelle infrastrutture e migliorare il posizionamento del Brasile in queste aree, come accennato in precedenza nel testo.

L’ATTUALE FASE DI CONCESSIONI È STATA AVVIATA QUALCHE ANNO FA E SI CONCENTRA SU PROGETTI NEI SETTORI CRITICI DELLE INFRASTRUTTURE COME STRADE, PORTI E AEROPORTI

Nel corso del periodo 2011-14, i progetti di concessione sono stati messi all’asta nei settori dei trasporti, dell’energia, con un investimento totale stimato in R$ 183,4 miliardi, diviso tra aeroporti (R$ 35,8 miliardi), i porti (R$ 8,4 miliardi), strade (R$ 29.2 miliardi), il trasporto urbano (R$ 6,9 miliardi), la produzione e la trasmissione di energia (R$ 96,7 miliardi) e le telecomunicazioni (R $ 6,4 miliardi).
I piani del governo federale comprendono l’assegnazione di progetti nei settori del trasporto (strade, ferrovie e porti), produzione e la trasmissione di energia, telecomunicazioni e trasporti urbani, con un investimento totale stimato di R $ 109 miliardi (Secretaria de Acompanhamento Econômico, 2015).
Il periodo di concessione di solito varia dai 20 ai 35 anni, con la maggior parte degli investimenti in infrastrutture che si svolgeranno durante i primi cinque anni.
Si prevede che le concessioni ottenute nel passato e quelle in cantiere arriveranno a circa ¾ punti percentuali del PIL degli investimenti in infrastrutture all’anno nel periodo 2011-17.
I ritardi nelle offerte e le modifiche ai contratti potrebbero diminuire gli investimenti nel tempo. Il programma di concessione di infrastrutture potrebbe essere ostacolato dalla corruzione che riguarda Petrobras, così come molte delle più grandi società di costruzione sono coinvolte nelle indagini. Queste società potrebbero avere un accesso diminuito ai finanziamenti.

COLMARE IL DIVARIO

IL DIVARIO INFRASTRUTTURALE DEL BRASILE È DIVENTATO UN IMPORTANTE OSTACOLO ALLA CRESCITA

In questi ultimi anni, il clima economico del Brasile e la competitività hanno sofferto a causa degli ostacoli legati al complesso sistema fiscale, degli ostacoli amministrativi, delle inefficienze giudiziarie, della burocrazia, del quadro normativo inadeguato, chiamati “custo Brasil”.
Le strozzature infrastrutturali non sono considerate parte di questo fardello “soft” per quanto riguarda la capacità di attrarre le imprese, che si ritiene sia tra i principali vincoli all’incremento della crescita potenziale.
Le infrastrutture non sono adatte a supportare i livelli di reddito attuali, a favorire l’integrazione regionale e a mettere il Brasile su un piano più competitivo contro i rivali nel principali prodotti di esportazione che comprendono alcune delle economie avanzate.

COLMARE IL DIVARIO COMPORTERÀ L’AUMENTO DEGLI INVESTIMENTI, MA ANCHE L’INTENSIFICAZIONE DI ALTRE RIFORME

Negli ultimi dieci anni, il divario infrastrutturale è cresciuto a causa di investimenti pubblici bassi e investimenti privati stagnanti in tutti i settori. Il programma di concessione del governo ha il potenziale per intensificare ed accelerare gli investimenti nelle infrastrutture, ma di per sé, potrebbe non essere sufficiente per rilanciare la crescita potenziale in modo significativo.
Altre riforme per eliminare le strozzature “soft”, comprese le riforme per migliorare gli standard di governance, dovranno sostenere gli sforzi per colmare il divario infrastrutturale per rendere il contesto imprenditoriale più attraente per gli investimenti stranieri e nazionali in un ambiente in cui la concorrenza regionale per attrarre investimenti è da intensificare.

FONTI:

- Fondo Monetario Internazionale

HANNO COLLABORATO :

- Traduzione e arrangiamenti a cura della Dott.sa Ileana Bonfardeci

Brexit EU effetto domino ?

Brexit EU effetto domino ?

Brexit EU futuro Unione Europea

BREXIT EU : DALL’INGRESSO DEL REGNO UNITO NELL’UNIONE EUROPEA ALLA BREXIT. EFFETTO DOMINO. QUALE FUTURO PER L’UNIONE EUROPEA ?

Autore: Giulia Turchetti
Novembre 2017

La “Brexit” costituisce un evento spartiacque di importanza fondamentale nella storia contemporanea, destinato a cambiare le sorti degli Stati Membri dell’Unione Europea e non solo.

Il termine è un neologismo che deriva dall’inglese, e vuole indicare l’uscita (=exit) della Gran Bretagna (=Britain) dall’unione economica e politica istituita dopo la Seconda Guerra Mondiale, che ha garantito pace, stabilità e prosperità da oltre mezzo secolo a molte generazioni. Infatti l’Unione Europea, il cui nome venne stabilito nel 1993 con il Trattato di Maastricht all’insegna di un’unione più forte e stretta dei popoli europei, non è una semplice consociazione di 28 Paesi (tra cui ad esempio Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Italia), in quanto garantisce libertà fondamentali, ad esempio quella sancita dal Trattato di Schengen per cui i cittadini europei possono liberamente circolare da un Paese all’altro; si impegna nella protezione dei diritti umani quali dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza e Stato di diritto, conformemente a quanto stabilito dal Trattato di Lisbona nel 2009; e le è stato riconosciuto il premio Nobel per la Pace nel 2012 per essersi fatta promotrice di importanti diritti, tra i quali riconciliazione, democrazia e diritti umani in Europa.

Storicamente l’ingresso nella Comunità economica europea (CEE) da parte della Gran Bretagna risale al 1973 e fu la sua fortuna, poiché all’epoca godeva di un prodotto interno lordo (PIL) al di sotto della media europea.

Eppure il risultato del Referendum tenutosi il 23 giugno 2016 in Gran Bretagna ha espresso la volontà di una chiusura definitiva verso un’istituzione mai troppo amata dalla stessa, e ciò si evince anche dalla mancata adesione all’Euro da parte del Paese. Secondo gli Euroscettici britannici, l’uscita dall’Unione Europea permetterebbe all’Isola un controllo migliore sull’immigrazione, e soprattutto di essere liberi dalle burocrazie e imposizioni europee.

Naturalmente la prima conseguenza della Brexit sono state le dimissioni dell’ormai ex premier Cameron, l’allora leader del Partito Conservatore che aveva tentato fino all’ultimo di convincere gli elettori a votare per il Remain (coloro che volevano restare entro i confini dell’UE).

La Gran Bretagna è uno Stato importante in Europa e, d’altro canto, far parte dell’UE ha permesso alla stessa di non rimanere isolata rispetto a decisioni importanti in materia di economia e geopolitica.
Ma alla luce della vittoria del Leave (coloro che non volevano restare all’interno del’UE) con il 51,9% di voti è cambiata radicalmente questa situazione.
Le popolazioni di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord saranno da considerare, a uscita dall’UE ratificata, extra-comunitarie, senza contare alcuni malumori cui il Nuovo Governo si trova a far fronte.

È una decisione che è stata presa nel Regno Unito, ma che frammenta la popolazione stessa del Paese, e che riguarda anche tutti i cittadini dell’Unione Europea.

A questo punto non sarà più tanto facile per i giovani italiani andare a lavorare in Gran Bretagna anche solo per imparare l’inglese. Porre fine alla libertà di movimento degli immigrati dai Paesi dell’Unione Europea in cerca di lavoro, salvo essi siano in possesso di particolari qualifiche, è la condizione che pone il governo britannico, scegliendo la tattica del “Cherry picking”, ovvero sfruttare soltanto il meglio di quello che l’UE può offrire al Regno Unito.

E inoltre verranno limitati i ricongiungimenti familiari dopo che sarà completato (29 marzo 2019) il processo di uscita di Londra dall’UE. Il Paese intende riacquisire piena sovranità a tutti gli effetti sul controllo dei suoi confini. Le sorti cambieranno anche per chi, in veste di turista proveniente dall’UE, andrà a soggiornare per un breve periodo nel Regno Unito: non sarà più sufficiente la carta d’identità, ma sarà necessario il passaporto.

Tuttavia ormai a più di un anno dal Referendum, indetto da Cameron con lo scopo di riaffermare la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea e che ha portato ad esiti del tutto inaspettati, le sorti della Gran Bretagna restano ancora incerte e da definire. L’uscita del Regno Unito dell’UE dovrebbe formalmente avvenire a Marzo 2019, eppure prima di allora sono ancora moltissimi i punti di resistenza da risolvere. Uno di questi riguarda infatti il conto che il Regno Unito dovrà saldare nei confronti dell’Unione Europea. La cifra ammonta tra i 60 e 100 miliardi di euro. La Premier britannica Theresa May, eletta dopo le dimissioni di Cameron, chiede a tale scopo un periodo di transizione post-Brexit per poter onorare gli impegni economici nei confronti dell’Europa.

Tuttavia le contraddizioni di Theresa May lasciano trapelare segni di incertezza non solo per il futuro della Gran Bretagna ma anche per il futuro della Premier stessa. Infatti sempre più sono le critiche che le vengono mosse per contestarla e rimuoverla.

Sebbene molti sostengano che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non rappresenti la fine dell’Unione stessa, si assiste sempre di più ad un vero e proprio effetto domino in tanti altri Paesi, che rischia di segnare un destino ineluttabile per l’UE. Gli euroscettici d’Europa quindi si uniscono, e tra i Paesi che hanno reclamato un Referendum emulando il fenomeno Brexit, vanno ricordati la Francia con il sostegno di Marine Le Pen al Front National per la Frexit (uscita della Francia), la Germania con Beatrix von Storch, presidente del Partito AfD (Alternativa per la Germania) per l’uscita della Germania, l’Olanda con Wilders in sostegno di una Nexit (uscita dei Paesi Bassi). Questa situazione costituisce un vero e proprio campanello d’allarme, soprattutto perché il voto dei britannici a favore dell’uscita del Regno Unito dall’UE è l’evento storico più importante a cui il continente europeo abbia mai assistito dalla caduta del muro di Berlino.

Per come oggi appare, la vicenda presenta un duplice significato: da un lato, è certamente una manifestazione di libertà di un popolo che rivendica il proprio diritto a decidere per sé; dall’altro, la crescita dei nazionalisti euroscettici costituisce una minaccia di cui l’Europa dovrà tenere conto per il futuro.

FONTI ARTICOLO: “Brexit EU effetto domino ?”

- europa.eu/european-union/about-eu/eu-in-brief
- europarltv.europa.eu/it/programme/eu-affairs/uk-referendum
- repubblica.it/plus/articoli/news/eur repubblica.it/economia/brexit_il_guardian_londra
- esteri/brexit-effetto-domino-i-paesi-che-vorrebbero-il-referendum/

Rapporti Italia Iran

Rapporti Italia Iran

Italia Iran i rapporti tra i 2 paesi

PERCHÉ LE IMPRESE ITALIANE DOVREBBERO INVESTIRE IN IRAN?

Autore: Lorenzo Giusepponi, Novembre 2017

Un Paese importante

L’ Iran è un membro del gruppo N-11 ( i “ Prossimi 11 ), ovvero gli undici Paesi che, secondo le stime di Goldman Sachs , rappresenterebbero, insieme ai BRICS , le più grandi economie mondiali del XXI secolo, e che presentano promettenti prospettive di crescita. L’ Iran è la ventinovesima economia mondiale in base al PIL nominale, diciassettesima in base al PIL a parità di potere d’acquisto, e seconda in Medio Oriente, con caratteristiche che lo proiettano verso un graduale processo di modernizzazione. Diversi sono i fattori che contraddistinguono il Paese e che fanno di esso una meta appetibile per le imprese italiane, tra cui, ad esempio, la sua posizione geografica strategica, poiché costituisce un punto di collegamento tra occidente e oriente, la sua composizione demografica ( possiede infatti circa 80 milioni di abitanti, dei quali il 60% ha meno di 30 anni ), un elevato tasso di istruzione, l’abbondanza di risorse naturali e la presenza di una rete sviluppata di infrastrutture e telecomunicazioni. Inoltre l’economia iraniana e quella italiana sono complementari, poiché il Paese necessita di diverse tipologie di prodotti, di know – how, nonché di tecnologie che l’industria locale non produce ancora a sufficienza.

Quadro economico dell’ Iran

Il settore economico che contribuisce maggiormente al PIL è quello dei servizi ( 53 % ), seguito dall’ industria al 23% e dall’ agricoltura al 9%, ma in particolare, il petrolio, considerato singolarmente, rappresenta il 15%, essendo l’ Iran il quarto produttore di petrolio al mondo ( possiede infatti l’ 11,3 % delle riserve mondiali ) e secondo quanto a gas naturale ( 18 % ). I dati del 2016 mostrano una crescita del PIL del 5,4 % per il 2017. Positivo è anche il tasso d’inflazione che è sceso al 14 %, mentre il tasso di disoccupazione si attesta al 10,7 %. L’indebitamento pubblico è limitato, pari a circa il 13 % del PIL, mentre quello estero è al di sotto all’ 1,5 %. La pianificazione economica è basata su piani ventennali e tra i progetti più importati vi è l’implementazione di riforme basate sul modello dell’economia di mercato, quali la privatizzazione di imprese e banche statali. Le entrate dell’Erario dipendono largamente dalla vendita di idrocarburi e derivati e risentono quindi della variazione dei prezzi internazionali. L’industria, soprattutto quella pesante, presenta un forte controllo dello Stato, infatti, la maggior parte degli amministratori delle grandi imprese ricoprono anche cariche politiche. Le autorità stabiliscono i prezzi dei settori energetico, agricolo, creditizio e valutario. Il restante tessuto industriale è composto da imprese private di piccole e medie dimensioni.

Sistema bancario

Per quanto riguarda il sistema bancario, in Iran vi sono 31 banche, di cui 8 statali e 23 private. La maggior parte delle banche, tra qui la Banca Centrale, sono state riconnesse al sistema SWIFT, con la conseguente possibilità di effettuare transazioni internazionali.

Perché investire in Iran ? E in quali settori ?

Perché Teheran ora desidera recuperare la quota di mercato persa durante l’embargo e si propone come hub per la circolazione di prodotti nella regione, ovvero un mercato che complessivamente potrebbe oltrepassare i 350 milioni di persone. Le autorità considerano tra i fattori positivi anche il potenziale turistico, l’ Iran possiede infatti ben 19 siti facenti parte del Patrimonio UNESCO, tuttavia si parla soprattutto di ingenti investimenti volti a modernizzare gli impianti e creare nuove infrastrutture per le quali è necessaria anche la collaborazione di aziende estere. I principali settori in cui investire sono:
• Costruzioni : negli ultimi anni si è avuto un boom edilizio che ha riguardato in particolare le aree residenziali e i centri commerciali. Tra i progetti più ampi vi è quello delle New Towns.
• Energia elettrica : le autorità hanno ideato un programma di sviluppo delle fonti alternative, annunciando investimenti anche nelle rinnovabili, settore in cui si punta alla generazione di 5000 MW all’anno entro il 2018, auspicando la partecipazione straniera per il trasferimento di tecnologie e know how.
• Fornitura di acqua, reti fognarie e trattamento rifiuti : l’acqua è una risorsa sempre più scarsa in Iran e vi è bisogno di sistemi di irrigazione e desalinizzazione moderni.
• Autoveicoli : vi è un’elevata richiesta di joint – venture con imprese straniere per la produzione di autovetture, macchine agricole e mezzi pubblici.

Relazioni Internazionali

Sul piano delle relazioni internazionali, grazie alla ricchezza di risorse energetiche, l’Iran è in prima fila all’interno dell’ OPEC . Nonostante le tensioni con l’Arabia Saudita, continua ad esercitare un’influenza importante nella regione. La Russia ha dichiarato di appoggiare l’entrata dell’Iran nell’ Organizzazione per la Cooperazione di Shangai ( Cina, Russia, India, Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan ), contemporaneamente, si parla di un coinvolgimento sempre più concreto di Teheran nell’ Unione Economica Eurasiatica ( Russia, Kazakistan, Bielorussia, Kirghizistan e Armenia ). Inoltre, è in corso una rivitalizzazione del processo di entrata dell’Iran nell’ Organizzazione Mondiale del Commercio , la cui richiesta risale al 1996 ma che è stata bloccata da una serie di veti americani. Tuttavia, il principale sviluppo nell’ambito delle relazioni internazionali dell’ Iran riguarda la conclusione, avvenuta nel 2015, del Joint Comprehensive Plan of Action ( Piano d’azione congiunto globale ), entrato in vigore il 18 ottobre dello stesso anno, che prevede la rimozione graduale delle sanzioni imposte a causa dell’attività del Paese nel settore nucleare. Il 16 gennaio 2016, a seguito del rapporto positivo dell’ AIEA, ONU, USA e UE hanno sospeso le sanzioni. Le prossime fasi prevedono la cessazione definitiva delle sanzioni entro il 2023.

I rapporti politici e commerciali tra Iran e Italia

Per quanto riguarda le relazioni tra Iran e Italia, dopo la sospensione delle sanzioni, in Europa si è parlato nuovamente delle grandi opportunità offerte dal mercato iraniano. Il dibattito riguarda anche l’Italia, che è uno dei pochi Paesi ad aver mantenuto buone relazioni con l’Iran negli ultimi trent’anni, ovvero in seguito alla rivoluzione del 1979 che trasformò il Paese in una Repubblica Islamica antagonista dell’ Occidente. Il presidente Iraniano Hassan Rohani ha ripetutamente affermato che l’Italia rappresenta per l’ Iran la “porta” verso l’Europa. I due governi stabilirono relazioni diplomatiche ufficiali negli anni ’ 50, quando in Italia governava la Democrazia Cristiana e in Iran vi era la monarchia. Durante la presidenza di Mahmud Ahmadinejad ( 2005 – 2013 ), i rapporti si frenarono, ma non si fermarono. Ad esempio nel 2009, Frattini, Ministro degli Esteri del governo Berlusconi, invitò l’ Iran a Trieste per parlare della sicurezza di Pakistan e Afghanistan. Nel 2013 Emma Bonino, Ministro degli Esteri del governo Letta fu il primo capo diplomatico europeo a recarsi in Iran dopo molto tempo. Infine, nel gennaio 2016 Rohani si è recato a Roma, mentre il Presidente del Consiglio Renzi è andato a Teheran nell’ aprile dello stesso anno. In ambito commerciale, l’Italia è il secondo partner commerciale dell’ Iran in Europa, preceduto solo dalla Germania, ma ha occupato il primo posto dal 2006 al 2012. Dopo la conclusione dell’accordo sul nucleare, una delegazione italiana di 180 piccole e medie imprese e 12 banche si è recata in Iran.

Sviluppi recenti

Al momento le autorità iraniane desiderano stabilizzare l’economia attraverso l’apertura di Free Zones e Zone Economiche Speciali. Gli scambi commerciali hanno registrato una crescita a partire dal 2002 e hanno raggiunto il massimo storico nel 2011 ( 7,97 miliardi di euro ). L’Italia è uno dei esportatori verso l’ Iran. Nel 2016 il valore delle esportazioni ammontava a 1,5 miliardi di euro, segnando un incremento del 29 % rispetto al 2015. Anche le importazioni hanno registrato un incremento del 123,7 %, per un valore complessivo di 1 miliardo. L’Italia esporta in Iran soprattutto macchinari, mentre importa petrolio greggio e prodotti siderurgici. La Banca italiana, SACE e altri istituti si sono impegnati a favore dell’esportazione in Iran attraverso un prestito di 4 miliardi di euro in credito e 4 miliardi in garanzie ad esso, ai quali si aggiungono 800 milioni per la ripresa delle piccole e medie imprese operanti nel Paese. Di conseguenza, nonostante le ultime difficoltà dovute alle sanzioni commerciali e finanziarie, l’ Iran rappresenta una buona opportunità d’investimento.

Fonti articolo: ” Rapporti Italia Iran “

www.infomercatiesteri.it
www.ilpost.it

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MOROCCO AND NORTH AFRICA: IL NUOVO TARGET PER LE IMPRESE MULTINAZIONALI ?

MOROCCO AND NORTH AFRICA NUOVI OBIETTIVI PER LE MULTINAZIONALI

MAROCCO E NORD AFRICA: IL NUOVO TARGET PER LE IMPRESE MULTINAZIONALI?

Autore: Diego Caballero Vélez
21/12/2014
d.caballerovelez(a)gmail.com

La primavera Araba dell’anno 2010, che comincia nella piazza Tahir del Cairo e si espande in tutto il mondo arabo, presuppone un impatto culturale, sociale ed economico per i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Con la Primevera Araba la speculazione sulla situazione economica dei paesi del Nord Africa aumenta in quanto, a conseguenza delle ondate di protesta sociale e dei cambi radicali all’interno dell’assetto governativo, il panorama economico cambia, incrementando nelle imprese internazionali la paura di investimenti svantaggiosi in queste regioni. Ma i paesi del Nord Africa sono ancora tutt’oggi poco sicuri per le esportazioni?

Per prima cosa, dobbiamo attuare una distinzione tra i paesi arabi di questa regione, vista la loro eterogeneità. Mentre l’Algeria e la Libia possiedono un’economia basata su un unico settore, ovvero l’esportazione di idrocarburi, il Marocco, l’Egitto e la Tunisia basano la loro economia su differenti settori come l’esportazione manifatturiera, i prodotti agricoli, gli investimenti esteri, il turismo, etc.

In Libia e in Algeria riscontriamo un surplus economico, a differenza degli altri paesi dove vi sono deficit importanti, vista l’irregolarità dei settori di investimento. In Egitto, i Fratelli Musulmani sono riluttanti ad un indebitamento con l’estero e a confrontarsi con organizzazioni finanziarie stranierie. Optano dunque per misure alternative come l’aumento delle tasse sulle società ed il recupero delle terre concesse ad imprese private.

Propendono dunque per l’uso di una politica popolare a causa della situazione politica del paese, applicandola alle politiche economiche e incrementando così l’incertezza delle esportazioni delle multinazionali.

In Tunisia si sta lavorando per facilitare l’entrata di investimenti internazionali: stanno dunque avanzando trattative con la Banca Mondiale per rendere più facile il commercio con il paese. Infine, il Marocco è il paese più affidabile da un punto di vista commerciale, visto che il commercio marocchino sta sviluppando e consolidando la sua economia in parallelo allo sviluppo di politiche economiche consistenti.

Riguardo gli investimenti stranieri il grande beneficiario è proprio il Marocco. Gli investimenti dall’estero hanno aumentato in maniera significativa nei paesi magrebini grazie all’aumento di stabilità sociale, liberalizzazione economica e all’acquisto di imprese pubbliche da parte di società straniere. Il Marocco inoltre ha stabilito accordi di libero mercato con terzi, quali l’ EU, la Turchia e le zone arabe (in cui sia possibile un libero commercio).

I settori in cui le multinazionali stanno maggiormente investendo sono le telecomunicazioni, l’industria, le assicurazioni, le miniere e il settore petrolifero e chimico. Numerosi sono però gli ostacoli: l’accesso al paese, i costi per i finanziamenti così come anche l’alta garanzia necessaria per dare un prestito (226%) fanno sì che molte aziende internazionali decidano con molta cautela di guardare a questi paesi come possibili investimenti.

In definitiva, sebbene gli investimenti in questi paesi siano rischiosi, si notano comunque segnali di ripresa riguardo investimenti dall’estero nelle regioni del Nord Africa, dopo il calo subito nel 2011 a causa dei disordini sociali. L’investimento vincente, a mio parere, sarebbe stato possibile grazie alla conoscenza delle dinamiche interne di questi paesi per coglierne le opportunità che vi nascevano.

LINK GOVERNO MAROCCO

FONTI
- www.Africainfomarket.com – Situación de la Inversion Directa en Marruecos – 2007 July
- ESCRIBANO, G. – La Reconfiguración de las Políticas Económicas en el Norte de África, Real Instituto Elcano. Sito http://www.realinstitutoelcano.org/wps/portal/rielcano/contenido?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/elcano/elcano_es/zonas_es/mediterraneo+y+mundo+arabe/ari48-2012

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Russia Unione Euroasiatica

Russia Unione Euroasiatica

Russia Unione Euroasiatica

L’UNIONE DOGANALE EURASIATICA E IL COMMERCIO CON LA RUSSIA

Autore: Lorenzo Giusepponi
Gennaio 2018

L’Unione Doganale Eurasiatica

La Russia è attualmente proiettata verso il potenziamento dell’Unione Doganale con Bielorussia e Kazakistan, fondata nel 2010. Dal momento che l’Ucraina si sta progressivamente allontanando dalla sfera d’influenza russa, si assiste a una crescente integrazione politica ed economica tra i Paesi aderenti all’Unione e all’accrescimento della sua membership, attraverso il coinvolgimento di altri due stati: l’ Armenia e il Kirghizistan.

La promozione dell’integrazione economica tra gli Stati aderenti alla CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) cominciò a vedersi nel 1994, quando si iniziò a parlare della costituzione della Comunità Economica Eurasiatica . L’accelerazione di questo processo, tuttavia, è avvenuta solo nel novembre 2009, quando Russia, Bielorussia e Kazakistan hanno firmato un accordo per istituire un’unione doganale caratterizzata da una tariffa esterna comune, un Codice Doganale comune, l’abolizione delle barriere non tariffarie e la ripartizione degli introiti su base proporzionale – Russia 88%, Kazakistan 7% e Bielorussia 5%.

L’Unione Doganale Eurasiatica è entrata ufficialmente in vigore il 1° gennaio 2010. Due anni dopo, i tre Paesi hanno fondato lo Spazio Economico Comune, un mercato unico per la libera circolazione di beni, servizi, capitali e lavoro. Nel maggio 2014, i presidenti di Russia, Bielorussia e Kazakistan hanno firmato il trattato sull’ Unione Economica Eurasiatica, entrato in vigore il 1° gennaio 2015. Lo stesso anno si sono aggiunti anche Armenia e Kirghizistan.

Un interrogativo riguardo a tale organizzazione è se sia effettivamente possibile raggiungere un’unione economica efficace in così poco tempo, considerando quanto ne è occorso all’ Unione Europea per raggiungere lo stesso scopo. Un secondo problema è quello legato alla membership. Se l’Unione vuole davvero diventare un baluardo di mezzo tra l’Europa e la Cina, come dichiarato dal Presidente Putin, l’aumento del numero degli Stati membri è una priorità. L’economia russa, infatti, rappresenta quasi il 90% del volume economico complessivo dell’Unione, rendendo quasi simbolica la partecipazione della Bielorussia, economicamente dipendente dalla Russia, e del Kazakistan, che ha aderito per ottenere un mercato di sbocco per l’esportazione di materie prime, piuttosto che per un reale beneficio derivante dallo spazio economico comune.

Le problematiche dell’Unione Economica Eurasiatica riguardano anche i benefici economici che gli Stati membri dovrebbero ricevere dalla loro partecipazione. Nel 2011, il commercio tra gli Stati membri era cresciuto più del 34% e del 15% nel primo semestre del 2012. Questo risultato, tuttavia, è sembrato essere legato alla ripresa successiva alla crisi del 2009, quando il PIL russo era sceso di più l’8%. Già dalla seconda metà del 2012, la crescita dell’interscambio commerciale si era ridotta al 3%, dato che, secondo alcuni osservatori, presagiva la fine degli benefici prodotti dall’Unione Doganale. Tale tendenza è stata confermata nei primi sei mesi del 2013, che hanno visto una decrescita negli scambi con la Bielorussia del 5% e con il Kazakistan, una crescita di solo il 2%. Infine, un’altra difficoltà che l’Unione Doganale deve affrontare è l’ingresso dei suoi membri nell’OMC e, di conseguenza, la necessità che la normativa regionale sia conforme a quella multilaterale.

Importare in Russia

A causa di procedure complesse, l’importazione di merci in Russia è complicata. L’accesso dei prodotti occidentali nel Paese è reso difficile dalle sanzioni imposte dai Paesi occidentali in seguito alle tensioni politiche con l’Ucraina. Nel caso di dichiarazione di importazione, il dichiarante deve essere una persona fisica o giuridica russa, tranne quando si tratta di persone fisiche che importano i propri effetti personali. I soggetti non residenti possono invece rivolgersi a un broker doganale, ovvero un soggetto abilitato a prestare servizi doganali a favore di terzi.

Per l’importazione di alcuni tipi di merci (ad esempio: prodotti alimentari, medicinali, detersivi, cosmetici, profumi, elettrodomestici e componenti elettronici), è necessario possedere un certificato di conformità alla normativa russa in materia di tutela del consumatore e di sicurezza. L’ente competente è il Rosstandart. Le merci per cui è richiesta la certificazione di conformità, possono essere sdoganate solo se accompagnate dal certificato Gost-R.

La Russia, così come l’Unione Europea, utilizza il sistema di codificazione e di designazione delle merci chiamato “sistema armonizzato”. Le merci importate sono normalmente soggette a tre tipologie di tributi: il dazio, l’imposta sul valore aggiunto e, per certi prodotti, le accise. A seconda del tipo di merce, sono previsti dazi specifici, ad valorem e misti. La tariffa russa è articolata in quattro sezioni a seconda dei Paesi, ai Paesi europei viene applicata la tariffa base.

Il certificato Gost-R

La normativa russa è diversa da quella europea e prevede che la maggioranza dei prodotti disponga di una certificazione diretta a verificare la loro conformità agli standard russi. Il Gost è un sistema introdotto ai fini della tutela della salute pubblica e della qualità dei prodotti sul mercato russo. Può essere rilasciato da un organismo russo o da uno estero, purché sia stato autorizzato dal Rosstandart. Gran parte dei prodotti, per poter essere sdoganati e commercializzati in Russia, devono avere questa certificazione.

Scambi commerciali Italia – Russia

Nonostante vi siano operatori italiani in gran parte delle regioni russe, la maggioranza risiede a Mosca e a San Pietroburgo. Il commercio tra Italia e Russia sta ancora scontando gli effetti della crisi economica e finanziaria che ha colpito il Paese nel 2014-2015, nonché quelli delle sanzioni europee. Nel 2016 l’interscambio ammontava a €17,4 miliardi, in confronto agli oltre 21 miliardi del 2015. Le importazioni italiane hanno subito il rallentamento maggiore, pari al 46%. L’area dei combustibili, che rappresenta un’importante quota degli acquisti italiani (65%), ha confermato la diminuzione degli anni precedenti. Nel 2016, ha subito un’ulteriore riduzione del 31,2% rispetto all’anno prima. Tuttavia, nonostante la quantità delle importazioni sia calata, questo andamento deriva anche da un calo del prezzo degli idrocarburi.

Le esportazioni italiane, che avevano subito una forte riduzione nel 2015 ( -25,3 % ), nel 2016 sono scese ulteriormente del 5%. Il calo delle vendite ha riguardato molteplici settori commerciali; il settore dei macchinari, che rappresenta il 26% delle importazioni russe, ha avuto una perdita del 21%. Al contrario, nel 2016 hanno visto una leggera ripresa le vendite di prodotti alimentari ( + 4,1% ), dell’abbigliamento ( + 6,2 % ), dei prodotti chimici ( + 9 % ), farmaceutici ( + 3,2 % ) e degli articoli in gomma e in plastica ( + 12 % ).

L’Italia è attualmente al sesto principale esportare verso la Russia, e lo stesso vale per le importazioni. A livello europeo, invece è il secondo, preceduta solo dalla Germania. Le prospettive dell’export italiano in Russia stanno migliorando, ma appare piuttosto difficile un ritorno ai livelli di vendita precedenti la crisi. I settori dove è consigliato investire sono: energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata, prodotti farmaceutici, sanità, mezzi di trasporto e prodotti alimentari.

Russia Export italiano verso la Russia - settori merceologici

Fonti:

- Agenzia ICE – ITA ( Italian Trade Agency )
- www.ubibanca.com
- www.informercatiesteri.it

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Immigrare negli Stati Uniti: la strada permanente e quella temporanea

Stati Uniti d'America - immigrare

Immigrare negli Stati Uniti: la strada permanente e quella temporanea

Autore : Pierre Varasi
Marzo 2015

Fin dal 1965, con l’Hart-Cellar Act, gli Stati Uniti crearono quello che da allora viene definito il ‘sistema delle preferenze’, con cui si intendeva favorire l’immigrazione di alcune categorie di persone. Oltre ai familiari di cittadini o di residenti permanenti, vennero avvantaggiati lavoratori sponsorizzati da aziende private.
140.000 erano i posti a disposizione per queste persone, che dovevano aver trovato quindi un lavoro in un’azienda americana disposta ad avviare la procedura per farli immigrare.
Oggi, la categoria dei cosiddetti ‘employment-based’ è suddivisa in cinque sottogruppi, ognuno con il suo limite numerico:

1. I primi ad essere ammessi saranno ‘persone con straordinarie abilità’ nelle arti, scienze, educazione, business o atletica, con una quota di 40.000;

2. Seguono persone con lauree avanzate oppure persone con eccezionali capacità nei campi prima citati, con un limite di 40.000;

3. Al terzo posto ci saranno lavorati specializzati con almeno due anni di esperienza, laureati e lavoratori non specializzati ma con un lavoro in un settore nel quale il governo statunitense si aspetta delle carenze, con una quota di 40.000;

4. Alcuni ‘immigrati speciali’ con ruoli quale il funzionario religioso, o persone che hanno svolto lavori per il governo all’estero, con 10.000 posti;

5. Infine, persone disposte ad investire da 500.000 a 1 milione di dollari in un’azienda che creerà posti lavoro per un numero di almeno 10 persone, con una quota per questi di 10.000 ammessi. Questa è la strada più semplice, ma, per ragioni ovvie, quella che meno persone possono perseguire.

Le quote non utilizzate vengono ripartite tra le categorie sottostanti, mentre quelle non distribuite nell’ultima categoria vengono aggiunte ai limiti della prima.
Non va dimenticato poi che ci sono altri metodi per poter diventare residenti, tra cui uno casuale definito ‘diversity lottery’. Una volta raggiunta la meta scelta il mercato del lavoro è molto più flessibile e di facile ingresso che in Europa, anche promozioni e avanzamenti di carriera sono relativamente semplici, a patto che si conosca la lingua e si sia disposti a fare gavetta.
Il passaggio da qui ad ottenere una piena cittadinanza non è dei più difficili, sebbene abbastanza lungo da un punto di vista temporale: con una Green Card ci vogliono circa dai 5 ai 6 anni per ottenere diritti e doveri di un cittadino.

La strada non è, in definitiva, semplice, ma il rovescio della medaglia è che ci sono anche quote e posti per dei lavoratori temporanei. Negli Stati Uniti ogni anno arrivano milioni di persone con un visto temporaneo, che vengono definite ‘non-immigrant’. Nel 2013 sono stati concessi circa 9.164.349 visti. Diverse sono le modalità tramite cui queste persone vengono ammesse: si va da visti turistici ad occupazionali, per finire con visti a studenti; tutti con uno status legale temporaneo. È opportuno per importanza economica e politica descrivere meglio la categoria H, quella dei lavoratori, che nel 2012 ha ottenuto 611.912 concessioni. Di questi 135.991 sono stati concessi a lavoratori con un’occupazione speciale; 65.345 a lavoratori agricoli; 50.000 a lavoratori stagionali e 80.015 a familiari di lavoratori con un visto del tipo H.

Le categorie principali di lavoratori temporanei sono suddivise tra tre visti:

H-1B: Questo visto permette a compagnie ed aziende statunitensi di assumere stranieri in occupazioni che vengono definite ‘speciali’. Sono lavoratori altamente specializzati, ma soprattutto gli unici ad avere la possibilità di diventare direttamente residenti permanenti. La durata del visto è di tre anni, con la possibilità di chiedere un unico rinnovo. La richiesta di residenza permanente deve pervenire con la sponsorizzazione dell’azienda. Questo visto ha un tetto annuale massimo di 65.000 quote, con altri 20.000 posti per studenti con lauree specialistiche ottenute in università americane. I rinnovi non vengono scalati da queste quote.

H-2A: Permette l’ingresso a lavoratori agricoli stagionali. Devono essere originari di uno dei 59 stati, aggiornati annualmente, a cui viene permesso l’invio di propri cittadini. Pur non essendoci limiti al numero accettato il visto è valido solo un anno e rinnovabile fino a tre.

H-2B: Questi sono visti stagionali ma non agricoli. Anche qui possono fare richiesta solo cittadini di uno dei 59 paesi scelti annualmente dal governo. Validità e rinnovabilità non cambiano da quelli dell’H-2A. È però presente un limite numerico pari a 66.000.

LINK : USA GOV

FONTI :

- Immigration Policy Center ;
- Report of the Visa Office;
- J. H. Wilson, Immigration Facts:
- Temporary Foreign Workers

Tunisia Scheda Paese

TUNISIA SCHEDA PAESE

Tunisia Scheda Paese
LINK GOVERNO TUNISIA
LINK TUNISIA ARAB SPRING

INFORMAZIONI GENERALI

- Nome Ufficiale Paese: Tunisia;
- Superficie Tunisia: 163.610 km2;
- Popolazione Tunisia: 10.480.934 milioni di cui 17,7% forza lavoro;
- PIL: 45.407 milioni $
- PIL procapite: 4.213 $
- Crescita del PIL attesa: oltre il 3,3% ;
- Capitale Tunisia: Tunisi con circa 2 milioni di abitanti;
- Altre città: Hammamet, Susa, Tabarka, importanti città turistiche e bagnate dal mare, Sfax industriale, Qayrawan (Kairouan), la capitale religiosa, Tozeur, Gabéz, Biserta, ultima città prima del deserto, Douz (anche conosciuta come “la Porta del Deserto”);
- Forma di Stato Tunisia: Repubblica presidenziale;
- Religioni principali: Mussulmana, minoranza cattolica, ebraica;
- Lingua: Arabo, francese (circa il 63% della popolazione lo parla);
- Moneta: Dinaro tunisino.

QUADRO POLITICO TUNISIA

CAMBIAMENTI E ASPETTI POSITIVI

- Cambiamenti politici e Rivoluzione effettuati garantendo condizioni di stabilità;
- Riforme economiche e politiche;
- Apertura economica favorendo gli investitori stranieri;
- Posizione strategica rilevante data dalla posizione geografica come porta di ingresso per l’Africa e “zero problemi con i paesi vicini”;
- Azioni per intensificare e diversificare le relazioni esterne;

CRITICITÀ E ASPETTI NEGATIVI

- Democrazia ancora “in progress”;
- Modesto rischio attentati.

QUADRO MACROECONOMICO e OUTLOOK TUNISIA

ASPETTI DI CARATTERE GENERALE

Sin dal passato la Tunisia è stata protagonista di un dinamismo economico, che ha consentito lo svilupparsi nel paese di importanti strutture produttive, particolarmente attive nel settore terziario. Attualmente i settori del commercio e del turismo sono i principali trascinatori di una seppur fragile economia.
Altri settori significativi sono l’agricoltura e la relativa trasformazione dei prodotti agricoli, l’artigianato locale, l’estrazione e la lavorazione dei minerali (petrolio, piombo, argento, zinco e mercurio).
Altri aspetti importanti da segnalare:

- Sottoscrizione del Trattato di libero scambio con l’Unione Europea siglato nel 1995.
- Inflazione attorno al 6%;
- Il rapporto tra volume del commercio su estero e PIL (Prodotto Interno Lordo) è pari a circa 49,5%; l’integrazione della Tunisia nel sistema del commercio internazionale è comunque eccellente.

Rimane da segnalare che la dipendenza dell’economia tunisina dagli scambi con i paesi esteri è notevole. Secondo quanto riportato dal rapporto mondiale sulla competitività di Davos, il Paese è classificato ai primi posti in termini di competitività (su 133 paesi sviluppati / emergenti è 40° per competitività complessiva e 35° per qualità infrastruttura); mentre il rapporto Index of Economic Freedom, posiziona la Tunisia al 95° posto su 179 paesi su scala internazionale e al 12° posto tra i 17 paesi del Medio Oriente e Africa del Nord, con un indice di libertà economica “mostly unfree”.

La Tunisia ha inoltre intrapreso la liberalizzazione del commercio estero nel 1990, divenendo membro del G.A.T.T. Ad oggi, il commercio con l’estero è retto dalla legge numero 94-41 del 07/03/1994.

La TUNISIA è peraltro firmataria di numerosi accordi commerciali bilaterali e multilaterali che contribuiscono fortemente al consolidamento della posizione e della adesione nel quadro internazionale e regionale, in particolare:

• Accordo bilaterale che istituisce una zona di libero scambio con la Turchia;
• Accordo di libero scambio di Agadir tra Giordania, Egitto, Marocco e TUNISIA
firmato e sottoscritto nel 2004;
• Accordi bilaterali con Libia e Iraq e accordi siglati con i paesi del Golfo che istituiscono una zona di libero scambio.
La TUNISIA infine è membro CIRDI e ha aderito nel maggio 2012, alla dichiarazione OCDE, relativa agli investimenti internazionali e alle imprese multinazionali.

PUNTI DI FORZA

- Stabilità, paese e attrattivo dal punto di vista economico;
- Attuazione riforme strutturali;
- Indicatori economici fondamentali solidi;
- Posizione geografica strategica;
- Accesso ad una molteplicità di mercati e diversificazione attraverso differenti accordi bilaterali con molteplici Stati africani;
- Mercato interno in crescita e popolazione giovane;
- Settore turistico in espansione continua.

PUNTI DI DEBOLEZZA

- Democrazia ancora giovane;
- Dipendenza accentuata dai flussi dei capitali esterni e dalla fiducia di investitori esteri;
- Dipendenza della Tunisia da approvvigionamenti energetici esterni;
- Deficit delle partite correnti;
- Riscontrati fenomeni di corruzione.

SETTORI IN ESPANSIONE IN TUNISIA

- Abbigliamento / Tessile;
- Settore siderurgico;
- Settore automobilistico;
- Bancario;
- Realizzazione grandi opere;
- Settore trasporti aerei e marittimi;
- Ambiente ed Ecologia;
- Fonti ed Energie rinnovabili;
- Formazione del Personale;
- Turismo;
- Artigianato;
- Agricoltura.

COSTRUZIONI E IMMOBILIARE

L’edilizia e le costruzioni sono uno dei motori più importanti dell’economia della Tunisia. Vi sono all’incirca 20.000 imprese, le quali determinano mediamente un volume d’affari di circa 3.000 milioni di € / anno.

Tale cifra rappresenta all’incirca il 10 % del volume monetario circolante complessivamente nel Paese e contribuisce per il 7% circa del PIL, motivo per cui l’edilizia si posiziona al quarto posto nella classifica dei settori trainanti l’economia nazionale tunisina (subito dopo il settore tessile / abbigliamento, agroalimentare e agricolo). Il cemento è tuttavia il prodotto più esportato.

SETTORE FINANZIARIO

Dal 1995, in seguito alla firma dell’Accordo di Associazione con l’UE (in vigore dal 1998), l’apertura dell’economia della Tunisia al commercio estero è progressivamente cresciuta per preparare il Paese al definitivo ingresso nell’area di libero scambio con l’Unione Europea che è stata completata, per i prodotti industriali, ad inizio 2008.

La Tunisia ha intrapreso una serie di riforme strutturali importanti tese al miglioramento della competitività della sua economia, alla incentivazione dell’iniziativa privata, ad una maggiore affidabilità dell’intero contesto del business ed alla modernizzazione del sistema finanziario e bancario.

In questo framework la Cooperazione italiana contribuisce a sostenere da diversi anni l’equilibrio della bilancia dei pagamenti; un programma a credito di € 95 milioni é attivo dal 2012 fino ad esaurimento.

Nonostante i sensibili progressi ottenuti in materia di riforme nel risanamento delle banche di sviluppo e nella promulgazione di leggi contro il riciclaggio, il sistema finanziario della Tunisia non corrisponde ancora appieno alle aspettative degli investitori, in quanto caratterizzato dalla assenza di concorrenza e innovazione.

La Banca Centrale di Tunisia ha inoltre allentato il quadro dei regolamenti, permettendo alle aziende di credito una maggiore elasticità nella classificazione dei prestiti a rischio, attuando consistenti iniezioni di liquidità nel sistema finanziario.

Tale politica ha pertanto generato un rapporto di dipendenza per numerosi istituti dal rifinanziamento della Banca Centrale. I crediti catalogati a rischio, rappresentavano ufficialmente il 13% circa del portafoglio prestiti del sistema creditizio.

Il sistema bancario si presenta dunque alquanto frammentato con oltre una ventina di aziende di credito che presentano attività totali pari al 100% del PIL, contro una popolazione inferiore a 11 milioni di abitanti.

In Tunisia lo Stato controlla circa il 40% del settore, con degli effetti quasi deleteri sulla produttività, l’efficienza complessiva e l’adozione di processi e strutture innovative.

Un fattore di rischio per l’economia tunisina è l’ampliamento del deficit, dovuto non esclusivamente all’aumento degli interessi sul debito pubblico peraltro in costante crescita, ma in particolare alle politiche “pacificatrici” dei Governi provvisori i quali hanno assecondato l’aumento del salario minimo, la creazione nel settore pubblico di migliaia di nuovi posti di lavoro, i costi per gli indennizzi post-crisi e il sostegno dei prezzi al consumo di generi di prima necessità.

Nel 2013 il valore del dinaro tunisino è precipitato del 12%. Questo calo del valore della moneta tunisina è dovuto soprattutto agli squilibri tra l’offerta (indebolita per via della crisi delle maggiori compagnie esportatrici) e la domanda di liquidità in valuta estera (amplificata dall’incremento delle importazioni).

La variabile cruciale per lo sviluppo dell’economia tunisina nel breve e medio periodo resta il ripristino della stabilità sociale e politica unitamente a condizioni di sicurezza adeguate. Per via della persistente fragilità dei mercati esteri di sbocco delle esportazioni tunisine, il rilancio della congiuntura dovrà necessariamente essere fondato sulle principali componenti della domanda interna, ossia i consumi delle famiglie e gli investimenti.

I consumi subiscono una influenzati negativa, oltre che per le incerte prospettive dei salari, anche dalla inferiore disponibilità di credito da parte del sistema bancario.
Lo Stato è impegnato nell’adozione di interventi necessari a rafforzare il sistema bancario. Le criticità principali riguardano la debolezza nelle qualità degli asset e i livelli limitati di capitalizzazione, in particolar modo per quanto attiene le banche pubbliche.

La strategia di consolidare le banche pubbliche prevede di creare un Asset Management Company (AMC) che deve assorbire i non-performing loans del settore. L’AMC sarà operativa per un periodo di nove anni ma non è definito ancora se si occuperà di tutti i NPL o solamente di quelli collegati al settore turismo.

ENERGETICO

La Tunisia dopo una serie di accordi bilaterali tra cui con l’Unione Europea può essere considerata un’ottima base di accesso per tutta l’area del Nord Africa; a Tunisi ha base il Centro Mediterraneo di Energia Rinnovabile (MEDREC) IMET, che può essere considerato un ottimo base contesto per contatti ed informazioni sul settore delle energie rinnovabili nell’estesa area del Maghreb.

La regione del Magreb ha infatti un alto potenziale per lo sviluppo delle energie rinnovabili soprattutto per il solare ed il vento. Il loro utilizzo è atteso che abbia un forte incremento nei prossimi anni.

I progetti di energie rinnovabili, attualmente nel quadro di accordi bilaterali tra IMET e Tunisia, saranno parte del MEDREP. I progetti in futuro avranno come obiettivo la distribuzione di elettricità alle popolazioni rurali ancora isolate, attraverso una rete elettrica su piccola scala. Si intende perseguire una maggiore ed accelerata integrazione delle fonti di energia rinnovabile nella rete elettrica nazionale ponendosi l’obiettivo di raggiungere un equilibrio sulla rete tra la domanda ed l’offerta.

L’idea di fondo è quella di indirizzare l’approccio globale dell’introduzione delle energie rinnovabili (in particolare solare ed energia geotermica) nel settore edilizio coerentemente con le normative vigenti in materia di efficienza energetica; i risultati del MEDA programma relativi alla diffusione delle tecnologie solari termiche nel settore edilizio verranno integrate.

Inoltre puntare sulla desalinizzazione dell’acqua marina, al fine di aumentare le riserve di acqua potabile e la disponibilità di risorse idriche per l’irrigazione. Incrementare l’uso di pompe alimentate mediante energia solare, eolica, biomasse nel settore agricolo.

Altro ambito, la diffusione di sistemi di refrigerazione per conservare i cibi, sistemi alimentati da energie rinnovabili, e predisposti in fattorie e pescherie; si intende promuovere, nella rete urbana, l’utilizzo di sistemi solari casalinghi, l’installazione di piccole turbine eoliche, o di tecnologie energetiche alimentate attraverso biogas e biomassa;

SETTORE SANITARIO E FARMACEUTICO

Il progressivo miglioramento delle condizioni socio‐economiche, sebbene ancora a ritmi altalenanti e con alcuni limiti nell’effettivo accesso per tutta la popolazione ai servizi di base, ed una cresciuta attenzione al tema della salute, rappresentano alcuni fattori di stimolo per il mercato medico‐sanitario e farmaceutico, nel quale sono operanti da tempo le principali aziende multinazionali del settore.

Il governo tunisino attualmente sta potenziando le strutture sanitarie ed ospedaliere, estendendo tra le altre cose anche gli orari di apertura dei servizi. La produzione industriale di farmaci tunisina concerne circa una cinquantina di aziende, con contano circa cinquemila dipendenti. La produzione si concentra su farmaci a scopo terapeutico o di profilassi, di cui il 45% sono farmaci generici.

La produzione di farmaci tunisina copre circa il 50% del fabbisogno nazionale reale. In aggiunta alla produzione nazionale, la Tunisia deve importare prodotti farmaceutici dalla Francia (che pesano per il 44% delle importazioni), dalla Germania, dalla Svizzera e dall’Italia (6% del totale), per un importo complessivo di circa 550 milioni di dinari tunisini (corrispondenti a circa 270 milioni di euro), con un tasso di crescita medio attorno al 10% annuo.

Il 98% dei farmaci di importazione rappresentano prodotti a scopo terapeutico. Le esportazioni tunisine, che corrispondono a circa 15 milioni di euro, sono indirizzate per circa il 60% al mercato del Nord Africa, in parte all’Europa (Francia, Belgio, Svizzera) e in minima parte verso altri paesi africani. Recenti evoluzioni, riguardano lo sviluppo di un accordo di cooperazione tra il governo tunisino e la compagnia britannica “Hygiene Worldwide” finalizzato a distribuire al servizio sanitario nazionale del liquido con proprietà battericida “Genie” senza contenuto di alcool pertanto rispettoso dei dettami del corano.

SERVIZI

Il principale comparto appartenente al settore dei servizi è al momento quello delle telecomunicazioni e dell’IT (Information Technology), che negli ultimi anni ha ricevuto una decisa spinta e sostegno finanziario da parte delle autorità di governo, al fine di far diventare la Tunisia un hub regionale, capace di collegare il continente africano, il Medio Oriente e l’Europa, anche grazie alla sua posizione strategica nel bacino del Mediterraneo.

Il commercio rappresenta attualmente il secondo settore, segue il turismo, che nonostante il calo vissuto in seguito alla rivoluzione del 2011, rappresenta un settore sicuramente rilevante anche per il futuro della Tunisia. I processi ancora parziali di liberalizzazione e privatizzazione del settore bancario e finanziario rappresentano un ostacolo all’attrazione di nuovi capitali stranieri ed al miglioramento dell’accesso da parte delle aziende al credito, nonostante alcuni miglioramenti ci sono stati rispetto al passato.

SETTORE TESSILE

Il tessile e l’abbigliamento è un settore che occupa circa il 35% dell’intera produzione tunisina e attira investimenti nel settore manifatturiero per il 15% del totale. All’incirca il 90% delle aziende tunisine operanti nel settore tessile interviene nel settore dell’abbigliamento, e in prevalenza nella confezione e nella maglieria.

In questo segmento, lavorano migliaia di imprese, di cui circa duemila impiegano dieci risorse umane e più. Fra di esse la parte più consistente e maggiormente significativa, ossia circa l’83%, sono aziende con un orientamento rivolto totalmente all’esportazione, volume di imprese pari al 41% dell’industria manifatturiera.

La Tunisia è un grosso produttore di capi di abbigliamento per conto di paesi terzi, anche grazie alla manodopera a basso costo e soprattutto in virtù della sua posizione strategica e centrale in mezzo al Mediterraneo, tra l’altro in prossimità di un ampio e ricco mercato di potenziali acquirenti. A testimoniare questa vocazione all’esportazione e la rilevanza del settore tessile per il tessuto socio‐economico della Tunisia, va notato come che le persone impiegate in imprese con più di 10 dipendenti sono all’incirca 200.000 e 178.000 sono quelle impiegate in aziende dedicate totalmente all’esportazione, mentre 17.000 persone sono in forza in aziende con una parziale vocazione per l’esportazione.

Circa i 2/3 delle imprese con capitale straniero, rappresentano aziende le cui quote sono completamente appartenenti a soggetti esteri. Di queste circa 350 vedono una partecipazione di capitale dalla Francia, 240 dall’Italia, 82 dalla Germania, 120 dal Belgio.

La suddivisione e ripartizione dei paesi che investono nell’industria del tessile in Tunisia rispecchia in parte i legami di carattere economico e politico del paese. Nel 2010, prima che si manifestassero gli eventi legati alla “Rivoluzione del Gelsomino” che tra l’altro hanno in parte rallentato i settori principali dell’economia tunisina, l’export nel settore tessile verso il più importante mercato tunisino, ossia quello dell’Unione Europea, ha raggiunto la quota di 2,3 miliardi di euro. La Tunisia seppur con una popolazione inferiore, si contende con il Marocco la posizione di 5 maggior fornitore dell’Unione Europea dietro alla Cina, Turchia, India e Bangladesh. I principali clienti europei della Tunisia sono la Francia (36%), segue l’Italia (32%) e poi la Germania (10%).

AGROALIMENTARE

Il settore agro‐alimentare rimane un settore strategico in Tunisia. Le aziende appartenenti al settore agro‐alimentare tunisino sono circa 1000 unità di cui il 18% sono dedicate interamente all’esportazione. Esiste contrariamente all’industria tessile una significativa propensione nazionale alla produzione agricola ed alla trasformazione di prodotti e generi alimentari per il consumo interno. Il numero di addetti nelle aziende del comparto che hanno più di 10 dipendenti è di circa 70.000 unità.

Una delle caratteristiche che segnaliamo del settore è che poco più dell’11% delle aziende del settore agricolo e di trasformazione di generi alimentari, ha una partecipazione di capitale straniero e solo il 2,8% del totale delle aziende è a totale partecipazione straniera. Ciò che continua ad emergere dai dati è il fatto che l’Italia da sola riveste il 40% delle partecipazioni straniere nel settore e la Francia segue a ruota con il 35%. Come succede per altri settori del Paese, la vicinanza territoriale con il nostro paese costituisce al tempo stesso un vantaggio ma un limite in termini di concorrenza per le nostre aziende.

Le modalità tramite le quali penetrare il mercato agro‐alimentare possono essere diverse tuttavia le due maggiori vie sono legate da un lato all’acquisizione di aziende locali e dall’altro alla partecipazione di aziende già esistenti. In questo momento lo stato dell’arte del settore agro-alimentare non consente un’adeguata espansione orizzontale con l’acquisizione di significative quote di mercato, quanto piuttosto l’inserimento nelle aziende locali di ambiti di specializzazione soprattutto nel comparto della trasformazione e meccanizzazione dei processi produttivi.

Esistono ossia numerosi progetti di investimento nel settore agro-alimentare e alcuni di essi raccolgono fino a 2 milioni di euro. Tuttavia si intende evidenziare che la prossimità territoriale, le ottime relazioni a livello commerciale, politico e culturale potrebbero indurre molte aziende italiane a contribuire a modernizzare l’industria tunisina attraverso una costante crescita dell’introduzione di macchinari ad alta tecnologia per trasformare, conservare e per il packaging dei prodotti.

Tessuto industriale della Tunisia

FORME SOCIETARIE

Approfondimento sulla procedura di costituzione di una società in Tunisia. Il Codice di commercio tunisino prevede l’esistenza di 6 tipologie differenti di Società :

- S.A – Società Anonima;
- S.A.R.L. – Società a Responsabilità Limitata;
- S.U.A.R.L. – Società Unipersonale a Responsabilità Limitata;
- S.N.C – Società in Nome Collettivo;
- S.C.S – Società in Accomandita Semplice;
- S.C.A. – Società in Accomandita per Azioni.

Le forme di società più diffuse e comuni in Tunisia sono la Società Anonima (S.A.), la Società a Responsabilità Limitata (S.A.R.L.) e la Società Unipersonale a Responsabilità Limitata (S.U.A.R.L.); dette società sono disciplinate da norme abbastanza simili a quelle in vigore in Europa, in particolare al framework francese.

Per quanto concerne le società che prevedono una partecipazione estera, il Codice degli Investimenti tunisino incentiva la creazione di :

- Filiali di aziende straniere: per la costituzione di una filiale è necessario produrre e consegnare alle autorità la copia autentica dello statuto della società o degli equivalenti atti costitutivi, con annesso l’indirizzo dell’azienda o dell’ufficio principale;

- Partnership: non vi è limitazione rispetto al numero dei partner; tuttavia ogni partner risponde ed è responsabile per i debiti contratti dall’impresa. La legge non prevede obbligo alla revisione dei conti e neppure impone la pubblicazione dei bilanci;

- Joint venture: questa forma di presenza è incoraggiata mediante agenzie governative, e le JV possono essere costituite sia come partnership contrattuale sia come società di capitale. La legge tunisina regola la maggior parte delle attività commerciali, e le JV possono essere costituite, dopo aver presentato apposita richiesta, e previa attestazione di deposito di dichiarazione, rilasciata dalle seguenti Autorità:

- A.P.I.I. – Agenzia per la Promozione dell’Industria ed Innovazione, per tutte le attività di tipo industriale e per i servizi connessi all’industria;
- CEPEX – Centro di Promozione delle Esportazioni, per i progetti legati al Commercio Internazionale;
- A.P.I.A. – Agenzia per la Promozione degli Investimenti Agricoli, per i progetti nel settore agricolo, agroalimentare e della pesca;
- O.N.T.T. – Ente Nazionale del Turismo, per i progetti nell’ambito turistico e para-turistico;
- O.N.A.T. – Ente Nazionale dell’Artigianato, per le attività di tipo artigianale.

INCENTIVI E AGEVOLAZIONI

Tramite la legge numero 93-120 si stabiliscono i regimi degli incentivi relativi agli investimenti in Tunisia da parte di imprenditori, siano essi tunisini che stranieri, siano essi residenti o meno, anche nella forma di joint-venture. Le joint-venture JV sono incoraggiate mediante agenzie governative e possono essere costituite sia nella forma di partnership contrattuali sia come società di capitale.

E’ inoltre da segnalare che il sistema fiscale tunisino è stato oggetto di una significativa riforma e che il 16 maggio 1979 la Repubblica italiana e la Repubblica tunisina hanno firmato e sottoscritto a Tunisi la Convenzione per evitare le doppie imposizioni fiscali in materia di imposte sul reddito al fine di prevenire le evasioni fiscali, mediante protocollo aggiuntivo, entrato in vigore il 17 Settembre del 1981.

La convenzione sulla Doppia Imposizione Fiscale si applica alle persone residenti in uno o entrambi gli Stati contraenti (Italia e Tunisia) e si applica alle imposte sul reddito che si considerano prelevate per conto di ciascuno degli Stati contraenti, attraverso le sue suddivisioni politiche o amministrative e mediante i suoi enti locali, qualunque sia il sistema di prelevamento considerato.

Sono altresì considerate come imposte sul reddito, le imposte che vengono applicate sul reddito totale o su elementi del medesimo, incluse le imposte che derivano dai guadagni provenienti dall’alienazione di beni mobili ed immobili, le imposte sull’ammontare totale dei salari pagati dalle aziende, nonché le imposte sul plus-valore. E’ interessante evidenziare gli incentivi a favore delle società totalmente esportatrici.

Si definiscono società totalmente esportatrici quelle che:

- la cui produzione é destinata totalmente all’esportazione;
- che realizzano prestazioni di servizi all’estero o nel territorio della Tunisia ma con l’intenzione di una loro utilizzazione all’estero;
- che lavorano in modo esclusivo con le suddette aziende o nelle zone franche o con istituti finanziari non residenti;

Le imprese classificate totalmente esportatrici sono soggette ad un regime equivalente a quello delle zone franche, salvo limitazioni da decreti a seguire anno 2015.

Nella sostanza gli incentivi massimi consistono nell’esonero totale dalle imposte sui redditi e dagli utili generati durante i primi dieci anni d’attività nonché riduzione di ben il 50% per gli anni che seguono sotto riserva del minimo d’imposta. Proroga del periodo nel quale è in vigore deduzione totale redditi e utili provenienti dall’attività di esportazione.

Sgravio fiscale sui redditi e sugli utili che vengono reinvestiti nel capitale iniziale o per il suo aumento sotto riserva del minimo d’imposta.

Sgravio fiscale sugli utili reinvestiti nell’ambito della stessa società sotto riserva del minimo d’imposta.

Facoltà e libertà di poter importare in franchigia totale da diritti e tasse i beni necessari per la produzione in azienda.

Esonero totale dai diritti di registrazione e dall’IVA sulle attività dell’azienda.

Possibilità di poter realizzare sul mercato locale sino al 30% del fatturato.

Possibilità di assumere sino a quattro impiegati oppure operai di nazionalità straniera.

ACCORDI COMMERCIALI

- Stipulati Convenzioni bilaterali con accordi commerciali attivi con 41 paesi;
- Stipulati Accordi sulle zone di libero scambio con 11 paesi;
- Stipulati Convenzioni multilaterali con 50 paesi.

PAESI CON ACCORDI DI LIBERO SCAMBIO

- Accordo bilaterale che istituisce la zona di libero scambio con la Turchia;
- Accordo di libero scambio d’Agadir tra Giordania, Egitto, Marocco e TUNISIA
firmato e sottoscritto nel 2004;
- Accordi bilaterali sottoscritti con Libia e Iraq e altri accordi siglati con paesi del Golfo che istituiscono una zona di libero scambio;
- Convenzione Multilaterale della Lega Araba;
- Convenzione di libero scambio arabo – mediterraneo;
- Accordo di libero scambio Tunisia e UE.

DIFESA E GIUSTIZIA

Il sistema giudiziario in Tunisia si fonda sul diritto francese.
La Costituzione del 2014, particolarmente avanzata se confrontata con gli standard della regione, è frutto della mediazione tra le esigenze del costituzionalismo democratico e le istanze dei partiti di ispirazione islamica in seno all’Assemblea costituente.

Le strutture giudiziarie presenti nel territorio della Tunisia si possono così riassumere:

- 1 Corte di Cassazione;
- 10 Corti d’Appello;
- 23 Tribunali di prima istanza;
- 83 Tribunali Cantonali.

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