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Trump – IL PIANO ECONOMICO DI DONALD TRUMP

Trump – IL PIANO ECONOMICO DI DONALD TRUMP

Trump piano economico per gli Stati Uniti d America

Redazione e traduzione a cura di Lorenzo Giusepponi
Dicembre 2017

Dopo una lunga e ardua campagna contro Hillary Clinton, Donald Trump, il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti ha vinto le elezioni con la sua promessa di “ rendere l’ America di nuovo grande ”. Il repubblicano è ora il 45 esimo presidente, e il suo primo mandato andrà dal 2017 al 2021. Trump è entrato nella Casa Bianca affiancato da una maggioranza repubblicana in entrambe le Camere del Congresso, ma i precedenti scontri con i leader del partito potrebbero rappresentare un ostacolo per la riuscita del suo programma legislativo. Inoltre i democratici, nonostante lo svantaggio numerico in Congresso, potrebbero agire per bloccare alcune delle sue proposte. Da una lato, i sostenitori di Trump vedono in lui la possibilità di cambiare un sistema che, secondo molti americani, avrebbe aumentato le disuguaglianze e ridotto gli standard di vita, dall’altro la minaccia di nuove barriere commerciali e altre politiche protezionistiche ha fatto preoccupare gli investitori .

Reazioni dopo la notizia della vittoria

L’incoerenza di Trump circa le sue politiche ha creato incertezza, il che spiega la reazione del mercato dopo la sua vittoria. Gli indici Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq, così come i mercati azionari europei, giapponesi e cinesi hanno iniziato a precipitare. In seguito, ad eccezione del peso messicano, queste reazioni iniziali hanno preso la direzione inversa.

Crescita

Trump sostiene la teoria dell’economia dell’ offerta . Secondo questa teoria, un aumento della produzione porta a una crescita economica. Tale teoria prevede una politica fiscale basata sulle imprese e incentrata sugli sgravi fiscali . Le aziende beneficiano degli sgravi fiscali e sono incoraggiate ad assumere più lavoratori . Questo produce una crescita dell’ occupazione che, a sua volta, genera più domanda e, di conseguenza, ulteriore crescita . Ecco perché Trump ha promesso di innalzare il PIL dall’ 1 % al 4 %, e persino di più, ovvero fino al 6 % annuo. Tuttavia, Arthur Laffer, ideatore della teoria, sostiene che le aliquote fiscali dovrebbero essere più alte di quanto lo sono oggi affinché la strategia abbia successo. Il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, è meno ottimista, e ha riferito che l’obiettivo dell’amministrazione è quello del 3 % . La Tax Foundation è invece più fiduciosa riguardo alle aspettative di Trump . Le sue previsioni mostrano che queste politiche porterebbero a una crescita del PIL del 6,9 % e dell’ 8,2 % nel lungo termine .

Occupazione

Nel settembre 2016, il Peterson Institute for International Economics ( PIIE ) ha scritto che, nel caso in cui venissero messe in atto, le politiche di Trump innescherebbero una guerra commerciale che porterebbe alla recessione e che comporterebbe la perdita di più di 4 milioni di posti di lavoro nel settore privato. Moody’s, che non la pensa molto diversamente, sostiene che le politiche di Trump avrebbero come risultato la perdita di 3,5 milioni di posti di lavoro nel giro di quattro anni, con un possibile aumento della disoccupazione al 7 % rispetto al 4,9 % attuale. Trump ha affermato che Giappone, Cina e Messico stanno rubando il lavoro agli americani, e che l’eliminazione dell’ esternalizzazione creerebbe più opportunità occupazionali . Trump non ha tutti i torti nel dire questo. Tra il 1998 e il 2010, infatti, gli Stati Uniti hanno perso il 34 % dei posti di lavoro nell’ industria manifatturiera. Molti di questi sono stati trasferiti all’ estero da aziende americane per questioni di risparmio, molti altri sono stati soppiantati da nuove tecnologie, come la robotica, l’intelligenza artificiale e la bioingegneria. Dei corsi di formazione sponsorizzati dal governo in questi settori potrebbero essere una soluzione più efficace rispetto alla guerra commerciale di Trump .

Tasse

Trump ha promesso sgravi fiscali a tutte le fasce di reddito e di far sì che i ricchi paghino le tasse, nonostante egli stesso abbia ricevuto varie critiche per aver apparentemente evaso le imposte sui redditi per circa vent ’ anni. Tuttavia, un’analisi della Tax Foundation ha scoperto che il piano fiscale di Trump aiuterebbe in modo sproporzionato gli americani più ricchi, permettendogli di risparmiare milioni. Il 17 dicembre, i repubblicani di Camera e Senato hanno emanato un disegno di legge che, se approvato, abbasserebbe la maggior parte delle aliquote, lasciando immutata l’attuale struttura di sette scaglioni di imposte sul reddito delle persone fisiche. Inoltre, abolirebbe, a partire dal 2019, la legge che prevede una multa per coloro che non hanno una copertura assicurativa. Inoltre, cambierebbe il metodo di calcolo dell’inflazione e fisserebbe l’aliquota delle imposte sui redditi delle società al 21 %.

Scambi commerciali

Trump ha affermato che decenni di politiche di libero scambio hanno portato al collasso dell’ industria manifatturiera americana, e ha quindi promesso di negoziare accordi commerciali appropriati che favoriscano l’occupazione, aumentino i salari e abbassino il deficit commerciale degli USA .
• Messico e NAFTA : il Messico è stato oggetto di una dura critica. Trump ha ripetutamente minacciato di imporre tariffe del 35 % sulle automobili importate dal Messico. Nel 2015, i veicoli erano la più grande categoria di beni importati dal Messico . Nello stesso anno gli USA hanno registrato un deficit nei confronti del Messico di $ 67,5 miliardi per quanto riguarda il commercio di beni e un surplus di $ 9,6 miliardi quanto ai servizi . Trump ha anche criticato l’Accordo nordamericano per il libero scambio ( NAFTA ), che lui stesso ha soprannominato il “ peggior accordo commerciale mai approvato nel Paese ”. Ci si aspetta quindi che Trump richieda una rinegoziazione del NAFTA o il ritiro da esso. Secondo l’articolo 2205 del trattato, egli può decidere di ritirarsi dall’ accordo con sei mesi di preavviso, tuttavia, secondo alcuni esperti, avrebbe bisogno dell’appoggio del Congresso.
• Partenariato transpacifico : Il Partenariato transpacifico ( TPP ) è un accordo volto a ridurre le barriere commerciali tra 12 delle nazioni che si affacciano sul Pacifico . L’accordo è stato firmato dagli Stati Uniti, ma non è stato ratificato dal Congresso. A gennaio, Trump ha firmato un ordine esecutivo per ritirarsi da ulteriori negoziati sul trattato, promettendo di sostituirlo con una serie di accordi bilaterali.
• Cina : il presidente sostiene che la Cina stia sopprimendo il valore della propria valuta, lo yuan, in modo da ottenere un vantaggio nelle esportazioni. In realtà, dal 2008 al 2010, la Cina è restata ancorata al dollaro, mantenendo il valore dello yuan inferiore ad esso, ma ora il governo sta intervenendo per rialzarlo. Inoltre, le riserve di valuta del Paese sono diminuite dai circa $4 trilioni del marzo 2014 a poco più di $ 3,1 trilioni in ottobre. Ciononostante, Trump ha promesso di imporre tariffe fino al 45% sulle esportazioni verso la Cina.

Infrastrutture

Trump ha promesso di aumentare gli investimenti nelle infrastrutture . Il muro che ha promesso di costruire lungo il confine con il Messico è uno dei suoi progetti più importanti. Il presidente ha stimato il suo costo tra i $ 5 miliardi ei $ 10 miliardi, mentre il leader della maggioranza in Senato, Mitch McConnell, e altre analisi indipendenti e hanno stimato il costo sui $ 25 miliardi. Trump, inoltre, insiste sul fatto che il Messico rimborserà gli USA per il suo costo. Oltre al muro di confine, Trump vuole incentivare altri progetti, tra cui miglioramenti alla rete elettrica e alle telecomunicazioni, nonché riparazioni di autostrade, ponti, porti, aeroporti e condotte .

Sanità

Trump ha promesso di revocare e sostituire l’ Affordable Care Act, conosciuto come Obama care . Grazie ad esso circa 20 milioni di persone hanno un’assicurazione, ma questo sistema fatica a funzionare efficientemente, dal momento che si basa sulla competizione tra gli assicuratori e che tale competizione è diminuita . Trump non è stato molto chiaro su cosa rimpiazzerà l’ Obama care. Durante la campagna ha proposto misure come: finanziare Medic aid, permettere agli assicuratori di vendere oltre i confini di stato e ai pazienti di detrarre i premi assicurativi dalla dichiarazione dei redditi, nonché di scegliere tra le cure mediche economicamente più vantaggiose.

Energia

In maggio, Trump ha affermato di voler rinegoziare l’ accordo di Parigi, un trattato che punta a limitare la temperatura media globale al disotto di 2 gradi celsius in più rispetto ai livelli preindustriali . Ciononostante, dal momento che gli USA rappresentano il 20 % delle emissioni globali di CO2, sarebbe complicato per gli altri Stati raggiungere il loro obiettivo senza il contributo degli USA . I dirigenti di Germania, Francia e Italia sostengono che l’accordo non sia negoziabile, mentre Cina e India hanno dichiarato di mantenere il loro impegno nei confronti dell’ accordo . Inoltre, siccome ci vorrebbero quattro anni per ritirarsi, è probabile che l’accordo di Parigi diventi una questione di dibattito durante le prossime elezioni presidenziali . In più, i piani di Trump comprendono l’abrogazione del Clean Power Plan, ideato per ridurre, entro il 2030, le emissioni di CO2 del 32 % al di sotto dei livelli del 2005, poiché questo aumenterebbe i salari di $30 miliardi nel corso di sette anni . La revoca abolirebbe le restrizioni alle emissioni di CO2 imposti alle centrali elettriche dall’ amministrazione Obama . Scott Pruitt, capo dell’agenzia per la protezione dell’ambiente, ha recentemente firmato una proposta per revocare la legge, che, tuttavia, potrebbe richiedere mesi prima di entrare in vigore. In aggiunta, Trump ha promesso di “ eliminare i miliardi di dollari con cui vengono finanziati i programmi dell’ ONU per il cambiamento climatico e di usare questo denaro per riparare le infrastrutture ambientali e idriche americane ”, nonché di dare il via a ulteriori perforazioni sul suolo di proprietà federale. Inoltre si teme che possa ridurre gli investimenti nel campo delle fonti di energia rinnovabili .

Politica monetaria

Nonostante i tassi di interesse vengano stabiliti dalla Banca Centrale Americana, la Federal Reserve, e non dal governo, durante le elezioni si temeva che la vittoria di Trump potesse minare la sua indipendenza . La Fed ha il compito di favorire l’ occupazione e di mantenere stabili i prezzi . Ad eccezione di questi requisiti, tuttavia, essa è indipendente, il che significa che non deve cercare l’appoggio del governo per cambiare politica monetaria . Dal momento che Trump ha affermato che la Fed sta agendo politicamente e che avrebbe appoggiato gli sforzi per ridurne i poteri, alcuni si sono detti preoccupati circa la possibilità di un tentativo da parte di Trump di limitare l’indipendenza della politica monetaria come anche altri presidenti hanno fatto in passato .

Ad oggi possiamo constatare un distacco tra le prestazioni dei mercati finanziari e quelli reali . Mentre i mercati azionari continuano a raggiungere nuovi livelli, la crescita media dell’economia americana è stata solo del 2 % nella prima metà del 2017, più lenta rispetto alla presidenza Obama . Durante i primi tre mesi del 2017, 533.000 persone hanno trovato lavoro, ma si tratta del totale più basso dal 2011 per un trimestre gennaio – marzo. L’inflazione è bassa e i profitti aziendali sono in aumento . Valutazioni di mercato elevate prodotte da un entusiasmo irrazionale non riflettono la realtà economica.

Fonti:

- www.investopedia.com
- www.thebalance.com
- www.theguardian.com
- www.fortune.com
- www.forbes.com
- www.bbc.com
- www.nytimes.com

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Italia e Cina accordi commerciali

ITALIA E CINA

Italia e Cina accordi commerciali

ITALIA E CINA: ACCORDI COMMERCIALI CON LA CINA

Autore : Matteo Aristei

Gennaio 2019

Nella scorsa estate, il Ministro dell’Economia Giovanni Tria si è recato in Cina, precisamente a Pechino per fare degli accordi commerciali . Sono state firmate varie intese finanziare e commerciali .

Italia e Cina hanno stabilito le proprio rappresentanze diplomatiche nel 1970 con le Relazioni Bilaterali .

L’Italia, dal punto di vista economico, è tra i paesi dell’ Unione Europea, il quinto partner commerciale della Cina . L’ Italia importa dalla Cina, tessuti e abbigliamento mentre la Cina importa dalla penisola italiana principalmente macchinari industriali e strumenti farmaceutici . Tra il 1979 e il 2003 sono stati sviluppati più di 2000 progetti da imprese italiane in Cina e inoltre i due paesi hanno firmato contratti per la creazione di nuove tecnologie innovative .

Italia e Cina sono già in cooperazioni come il Comitato intergovernativo Italia e Cina, che è stato istituito nel 2004, è l’organismo di coordinamento delle relazioni bilaterali tra i due paesi, ha il compito di connettere amministrazioni ed enti pubblici e privati di entrambi i paesi e di supervisionare tutti i progetti e accordi economici che riguardano i due stati . Tra i due paesi c’è anche una cooperazione militare che venne istituita dalla fine della seconda guerra mondiale . Nel luglio del 1991 firmarono un accordo per la ricerca e l’utilizzo pacifico dello spazio e anno dopo anno questa intesa si rafforzò . Nel 2005 avvenne la prima visita ufficiale in Cina da parte del Capo di Stato Maggiore di Difesa italiano su richiesta del Capo di Stato Maggiore cinese .

Inoltre, Italia e Cina, hanno siglato un accordo di collaborazione culturale, scientifica e tecnica fra i due paesi e, regolarmente, vengono effettuati scambi culturali ogni 2 – 4 anni .

La Cina è davvero intenzionata a rafforzare i rapporti economici e finanziari con l’ Italia e per questo ha siglato importati accordi con il paese .

Dal punto di vista finanziario, lo yuan o ( moneta ufficiale cinese ) entrerà a far parte del portafoglio delle riserve della Banca d’Italia . Si tratta di un investimento da parte dell’Italia che riguarda titoli di Stato cinesi . Con questo, il nostro governo aiuta la Cina con l’internazionalizzazione dello yuan ; inoltre l’ Italia sarà aperta con i mercati finanziari esteri .

Si è anche parlato in caratteri generali della Nuova via della Seta, un’ iniziativa della Cina per lo sviluppo e il miglioramento della cooperazione con l’ Europa e altri paesi e i terminali italiani saranno Genova e Trieste .

C’è stato un via libera a una serie di collaborazioni commerciali : la Cassa depositi e prestiti ha siglato un accordo preliminare di collaborazione con Bank of China, in materia di export e internazionalizzazione delle imprese italiane in Cina ; Fincantieri e China State Shipbuilding corporation hanno firmato un memorandum per l’ampliamento della cooperazione industriale ; Snam invece ha siglato un accordo con State Grid International Development creando un protocollo d’ intesa per temi come le nuove tecnologie e la riduzione delle emissioni di anidride carbonica .

Fonti :

- Wikipedia Italia e Cina
- Panorama
- OICS
- Ilsole24ore
- Info Mercati Esteri
- Italia ( wikipedia )
- Cina ( Wikipedia )

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Cina Africa il binomio perfetto

Cina Africa il binomio perfetto

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CINA AFRICA: IL BINOMIO PERFETTO

Autrice: Elisa Mariani
Ottobre 2016

Dallo svolgimento del vertice Cina-Africa avvenuto a Pechino nel novembre 2006, che riuniva 48 delle massime autorità Africane segnando così l’inizio di una solida cooperazione, molta strada è stata compiuta, fino ad arrivare agli oltre 200 miliardi di dollari di scambi commerciali tra le parti nel 2014 e ai più recenti sviluppi nell’ambito delle infrastrutture sul suolo africano.

Le radici di tale unione e sintonia sono da ricercare innanzitutto nell’interesse da parte della Cina nei confronti delle risorse naturali africane, in primis energetiche. Dal continente africano vengono esportati nel territorio cinese soprattutto legname, diamanti, oro, cobalto, platino, uranio e petrolio.

Grazie dunque alle ricchezze del territorio, l’Africa gode di un concreto e sostanzioso supporto economico e politico da parte di una delle maggiori potenze del pianeta, che ormai da tempo investe nella costruzione di impianti idroelettrici, dighe, ferrovie, edifici pubblici, strade e telecomunicazioni nel continente africano.

Con l’ Algeria ad esempio, la Cina ha adottato un accordo che prevede l’utilizzo dell’oro nero, presente in quantità elevate nel suolo algerino, in cambio dell’edificazione di istituti scolastici, istituzionali e di altro genere, mentre 9 miliardi di dollari sono stati stanziati per la realizzazione nella Repubblica Democratica del Congo di dighe e ferrovie affidata ad imprese cinesi, in cambio del permesso per l’utilizzo delle miniere di rame e cobalto.

Recentemente, in un’intervista in occasione del Summit globale africano sugli investimenti, Sindiso Ngwenya, Segretario Generale del Mercato Comune dell’Africa orientale e Meridionale, ha ricordato l’importanza del sostegno cinese allo sviluppo infrastrutturale nell’Area Tripartita di Libero Scambio africana, che vede il coinvolgimento di 26 paesi volti a costruire un mercato unico, basato sul successo nel settore industriale e delle infrastrutture e sull’eliminazione di dazi doganali e altri ostacoli alla libera circolazione delle merci.

Inoltre Ngwenya ha sottolineato come tale sostegno da parte della Cina abbia contribuito ad accrescere notevolmente l’integrazione e il commercio tra le regioni africane, a favorire lo sviluppo in materia di energia, agricoltura e risorse umane, che rappresentano solo alcuni dei presupposti principali per il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’Agenda 2063, ovvero il piano di sviluppo e trasformazione socio-economica africana per i prossimi 50 anni.

L’anno di svolta nei rapporti tra i due paesi, accomunati dall’essere entrambi in via di sviluppo, si è avuto nel 2006 dunque, quando, durante lo svolgimento del sopracitato vertice Cina-Africa, il presidente Hu Jintao, approfittando dell’inattività europea sul fronte dei rapporti con l’Africa, ha annunciato una serie di iniziative concrete a favore della prosperità e del benessere dei paesi africani da attuare entro il 2009.

Tra queste, lo stanziamento iniziale di 5 miliardi di dollari ripartiti in crediti all’esportazione e prestiti, e la creazione di un fondo di sviluppo Cina-Africa con lo scopo di incrementare gli investimenti cinesi nel continente africano. Inoltre, in tale occasione la Cina ha dato la sua disponibilità per l’eliminazione del debito ai paesi più poveri e per l’aumento del numero di merci che dall’Africa varcano le soglie della Cina senza l’ostacolo delle barriere doganali, nonché per la formazione di 15.000 persone qualificate nell’ambito dell’agricoltura, dell’istruzione e della medicina.

L’interesse nella formazione e per gli investimenti in campo agricolo da parte della Cina sono dettati dalla necessità del paese di importare materie prime dal continente africano come tabacco o cotone, ed è per questo che la Cina ha dato vita all’installazione in Africa di 48 stabilimenti agricoli all’avanguardia per dare il proprio sostegno ai produttori del luogo.

Ma tale storico accordo continua tutt’ora a dare i suoi frutti e ad essere un valido esempio per altre economie, pur essendo criticato e temuto tanto dagli Stati Uniti quanto dall’Unione Europea, entrambi potenziali alleati del continente africano, che tuttavia finora non si sono mostrati tanto competitivi e concreti quanto la Cina.

A confermare il successo di tale partnership è innanzitutto lo stanziamento, annunciato dal leader cinese Xi Jinping , di 60 miliardi di dollari atti a promuovere gli investimenti cinesi in Africa. Infatti a dicembre 2015, in occasione del Forum per la Cooperazione Cina-Africa (FOCAC) svoltosi a Johannesburg, il presidente ha dichiarato che tali fondi serviranno per la realizzazione di un piano di collaborazione tra le parti per il benessere del continente africano, tra cui 40 miliardi investiti in prestiti a interessi zero e agevolati, ed oltre 150 milioni di dollari per fornire assistenza alimentare alle popolazioni africane colpite da El Ninõ, il fenomeno atmosferico estremo che ha compromesso il raccolto in tali aree.

Inoltre, stando a quanto affermato dal presidente sudafricano Jacob Zuma, ci sarebbe la volontà da parte dell’Africa di riportare in auge, grazie anche al contributo cinese, l’estrazione mineraria che di recente ha risentito del calo della richiesta di materie prime e dei prezzi dei prodotti.

Infine, notevole è l’espansione nei mercati della compagnia telefonica cinese Huawei che gestisce in Africa un giro d’affari di oltre 3 miliardi di dollari grazie alla realizzazione della rete telefonica nazionale e di reti Internet in Zambia e Nigeria.

FONTI ARTICOLO “CINA AFRICA: IL BINOMIO PERFETTO”

- focac.org
- infoaut.org
- cooperazioneallosviluppo.esteri.it
- repubblica.it

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ONU

ONU – Organizzazione delle Nazioni Unite

ONU Organizzazione delle Nazioni Unite

“L’ ONU per la Giornata della Memoria”

AUTRICE: Giulia Turchetti
Gennaio 2018

Come si arriva all’ ONU? Dalla Società delle Nazioni Unite all’ ONU

Tra le numerose organizzazioni internazionali è l’ ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) a rivestire un ruolo chiave e determinante sulla scena mondiale. Essa consiste nell’Unione di Stati e i cui poteri sono sovranazionali. Oggi l’ ONU ha concluso mezzo secolo di vita, e deve la sua esistenza ai numerosi Stati Membri che la compongono, che sono tuttora in notevole aumento, in ragione della conquista dell’indipendenza da parte delle ex colonie.

L’ ONU è un’organizzazione le cui origini si fondano sulle ceneri dell’antica Società delle Nazioni. Quest’ultima infatti fu istituita dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e visse soltanto un quarto di secolo. Con lo scopo di garantire la pace e prevenire gli orrori di cui la Grande Guerra era stata responsabile, essa seppe risolvere controversie mediante la conciliazione, ricorrendo soltanto laddove fosse stato necessario all’uso della forza armata. Fu in grado di promuovere la cooperazione internazionale, e per questo ottenne grandi riconoscimenti.

I risultati positivi che conseguì negli anni che vanno dal 1920 al 1932 ebbero l’effetto di renderla nota come il centro della diplomazia europea. Ma a partire dalla metà degli anni ’30 la Società cominciò ad assistere al suo lento ma progressivo declino. Se infatti gli Stati Uniti si erano fatti promotori della sua creazione, in quegli anni l’allora presidente Wilson decretò il ritiro del Paese dalla Società delle Nazioni, indebolendola notevolmente. Infatti ciò che ne derivò fu lo strapotere delle nazioni europee, quali Francia ed Inghilterra: la Società delle Nazioni aveva assunto un carattere troppo eurocentrico che causò la sua stessa fine. Inoltre una serie di eventi, come ad esempio l’occupazione tedesca della Renania nel 1936, facevano presagire lo scoppio di un imminente conflitto: quello che sarebbe poi diventato noto come la Seconda Guerra Mondiale.

Tuttavia benché la Società delle Nazioni si sia rivelata essere fallimentare, denotò un importante momento di crescita per il sistema amministrativo internazionale. Pertanto l’ ONU rappresenta lo sviluppo della Società delle Nazioni, perché condivideva, tra i tanti aspetti, il sostenimento della pace e prevenire conflitti d’ogni genere. La sua Carta fu firmata nel 1945 a San Francisco.

L’ ONU vuole promuovere il progresso sociale, reprimere l’intolleranza e garantire la sicurezza internazionale. Talvolta per esigere il rispetto delle sue disposizioni fa ricorso ai “caschi blu”, che si fanno garanti della sospensione degli atti bellici. Supervisiona il rispetto e le violazioni dei diritti umani negli Stati ONU, informando l’opinione pubblica sullo stato dei diritti umani nel mondo. Tuttavia nella sua lunga storia, l’
ONU, benché si sia fatta promotrice di importanti cause, come il mantenimento della pace e della sicurezza a livello globale, non ha altrettanto impedito il verificarsi di atroci guerre che sono ancora in corso.

Istituti specializzati

Ad oggi l’ ONU conta di numerosi istituti specializzati, ciascuno dei quali espleta una funzione peculiare. Tra i tanti ad esempio: l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), l’Organizzazione per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), e il Fondo internazionale delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF).

UNICEF e UNHCR sono inoltre esempi di ONG, cioè organizzazioni non governative, le quali si contraddistinguono maggiormente per due aspetti che sono: il carattere privato e l’assenza di profitto. Infatti ricevendo una parte importante dei loro introiti da fonti private, si impegnano per lo sviluppo dei paesi che sono più arretrati dal punto di vista sociale ed economico.

La Giornata della Memoria

Nel 2005 l’ ONU ha istituito una ricorrenza internazionale di non trascurabile importanza: la Giornata della Memoria per commemorare le vittime dell’Olocausto. L’ ONU ha decretato questa data, poiché il 27 gennaio 1945 avveniva la liberazione dei campi di concentramento. In questa giornata, inoltre, l’intolleranza, l’odio e l’aggressività verso persone e comunità motivate da differenze religiose ed etniche sono condannate senza riserva. È importante e soprattutto necessario ricordare, perché per essere cittadini consapevoli la conoscenza di fatti e avvenimenti realmente accaduti è una prerogativa fondamentale. Quello che la storia ci tramanda è un genocidio razionale, ben organizzato, che si avvaleva della tecnologia e di impianti efficienti per sterminare un popolo intero nel cuore dell’Europa. Gli stati membri dell’ ONU hanno il dovere di trasmettere alle nuove generazioni le “lezioni dell’Olocausto”, e a tal fine i luoghi storicamente significativi della Shoah vanno conservati. L’ ONU rifiuta apertamente il negazionismo.

Pertanto ad oggi il Segretario generale dell’ ONU, Antonio Guterres, rivolge un’esortazione alla quale non si può restare indifferenti: e cioè quella di “restare uniti contro la normalizzazione dell’odio, perché ogni qual volta e dovunque i valori dell’umanità vengono abbandonati, siamo tutti a rischio. Tutti noi abbiamo la responsabilità di resistere al razzismo e alla violenza con immediatezza, chiarezza e decisione. Con l’educazione e la comprensione, possiamo costruire un futuro fatto di dignità, diritti umani e coesistenza pacifica per tutti.”

FONTI: ( articolo ONU )

www.un.org/
www.agensir.it
www.unric.org/it

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PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO e PEV

DAL PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO ALLA PEV

partenariato-euromediterraneo
DAL PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO ALLA PEV: L’UE A SOSTEGNO DEI PAESI TERZI MEDITERRANEI

Autrice: Elisa Mariani

Ottobre 2016

Nel novembre del ‘95 con la Dichiarazione di Barcellona veniva istituito il partenariato euromediterraneo, ovvero un accordo globale che ancora oggi vede il coinvolgimento dell’Unione Europea e dei paesi del Sud del Mediterraneo, al fine di garantire all’area in questione il benessere sociale, politico ed economico attraverso un dialogo e una collaborazione costruttivi tra le parti.

I paesi del Sud del mediterraneo o Paesi Terzi Mediterranei (PTM) che hanno aderito a tale accordo sono: Israele, Turchia, Libano, Siria, Malta, Marocco, Cipro, Giordania, Palestina, Algeria, Tunisia ed Egitto. L’invito è stato rivolto anche alla Libia, che attualmente ha lo status di osservatore, e alla Mauritania in quanto membri dell’Unione del Maghreb Arabo (UMA) insieme a Marocco, Tunisia ed Algeria.

A livello politico gli accordi euromediterranei di associazione e il dialogo tra le parti hanno permesso di costruire una base comune per l’osservanza dello stato di diritto e dei principi democratici, delle libertà fondamentali, dei diritti dell’uomo e della lotta contro il terrorismo, nonché dell’abolizione delle armi di distruzione di massa.
In ambito socio-culturale le maggiori innovazioni apportate riguardano l’incentivazione del dialogo interreligioso, della lotta contro l’immigrazione clandestina, dell’uso dei mass media come strumento di comunicazione interculturale e dell’istruzione volta al rispetto delle differenti identità culturali .

Altro tassello importante è il partenariato economico e commerciale, che mira all’istituzione di una zona di libero scambio (ZLS) nell’area del Mediterraneo, volta all’abbattimento degli ostacoli commerciali e delle barriere doganali che impediscono la libera circolazione delle merci, lo scambio dei prodotti agricoli e dei servizi. Secondo le stime dell’Institut de la Méditerranée la ZLS apporterà un incremento del traffico marittimo pari al 16% all’incirca rispetto al trend abituale. L’ambizioso obiettivo dello sviluppo stabile e sostenibile dei PTM che l’accordo si prefigge, passa anche per il supporto da parte dell’UE alla crescita del settore privato e degli investimenti, delle nuove tecnologie , dell’economia di mercato e alla lotta contro la povertà nei paesi interessati.

Inoltre, con la dichiarazione di Barcellona l’Unione Europea si è impegnata per lo stanziamento di fondi a favore dei PTM attraverso il supporto della Banca Europea per gli investimenti.
Altre iniziative importanti sono costituite dalla promozione delle piccole e medie imprese, dalla compartecipazione delle regioni dei PTM, dall’eliminazione degli ostacoli agli investimenti esteri diretti da parte dei PTM, dalla sostenibilità ambientale e dal ruolo chiave della donna all’interno dell’economia.

Tuttavia, l’attivazione e il completamento della zona di libero scambio previsti per il 2010 hanno avuto dei rallentamenti dovuti soprattutto all’ inattività e mancanza di concretezza e attuazione dei propositi del partenariato euromediterraneo. Per ridare nuovo slancio a quanto promesso nel 1995 con la Dichiarazione di Barcellona, nel 2002 l’Unione Europea ha istituito il FEMIP, il Fondo Euro Mediterraneo di Investimento e Partenariato per finanziare progetti che coinvolgono le piccole e medie imprese e le aziende del settore turistico o delle infrastrutture nei PTM, e più in generale tutti i progetti aventi come obiettivo il progresso economico e sociale dei paesi a Sud del Mediterraneo. A seguito dell’allargamento dell’UE, nel 2004 la stessa Unione ha dato vita alla Politica Europea di Vicinato (PEV) che ha visto nel 2005 la ratifica dei Piani di Azione ad essa correlati con Israele, Palestina, Tunisia e Marocco. Nel 2007 è avvenuta la firma dei Piani di Azione con Egitto e Libano.

Inoltre, sempre a tale scopo, nel 2008 si ha avuto la creazione dell’Unione per il Mediterraneo, che tra le novità ha apportato la costituzione del Gruppo di lavoro sulla cooperazione industriale euro-mediterranea che vede la partecipazione di enti, associazioni d’impresa, organismi internazionali ed istituzioni dell’Unione Europea, con lo scopo di mettere in atto misure concrete idonee a realizzare quanto concordato ogni due anni nell’incontro tra i rappresentanti UE e i Ministri dell’Industria dei Paesi Terzi Mediterranei.

Negli ultimi anni, anche alla luce dei recenti sviluppi geopolitici dovuti in parte all’insorgere delle molteplici proteste scoppiate nei Paesi a Sud del Mediterraneo, i rapporti tra l’UE e i singoli PTM hanno subito diverse modifiche.
A partire dal 2012 sono iniziati i negoziati concernenti un possibile piano d’azione in Algeria in materia di sicurezza, misure anti- corruzione, ed energia, di cui il paese rappresenta uno dei maggiori produttori.

In Libia, dopo la fine del regime Gheddafi e la conseguente guerra civile, l’UE attraverso il supporto all’azione diplomatica svolta dalle Nazioni Unite, l’attuazione nel 2013 di una missione concernente il miglioramento nel controllo delle frontiere e la disponibilità a mettere a disposizione fondi dello Strumento di vicinato, sta dando il suo contributo nella creazione di uno Stato solido fondato sul principio di inclusione.

A beneficiare degli effetti della Primavera Araba è stato il rapporto con la Tunisia. Infatti dopo la rivoluzione dei gelsomini nel 2011, l’Unione Europea ha sostenuto economicamente e politicamente il processo di democratizzazione che ha portato ad una nuova costituzione e alla riuscita delle elezioni parlamentari e presidenziali nel 2014. A seguito di tali avvenimenti l’UE e la Tunisia hanno instaurato un partenariato privilegiato che prevede il rafforzamento della collaborazione politica ed economica tra le parti, passando per l’istituzione del partenariato per la mobilità di Marzo 2014 e per le trattive concernenti una zona di libero scambio globale avviate nel 2015.

Diversa sorte è toccata all’Egitto, che in seguito all’insorgere della rivoluzione inseribile nel quadro delle Primavere Arabe nel 2011, non ha avuto la stabilità politica necessaria effettuare i progressi auspicati dall’UE con il proprio supporto nella realizzazione delle riforme volte al benessere dell’Egitto sotto tutti i punti di vista.

Infine, il Marocco gode dal 2008 dello status avanzato nell’ambito della Politica Europea di Vicinato, volto al miglioramento della cooperazione tra le parti con un maggior sostegno da parte dell’UE nell’attuazione delle riforme di carattere politico ed economico del paese. Nel 2013 la collaborazione Ue-Marocco ha dato vita alla messa in atto del Piano di Azione PEV e al partenariato per la mobilità, ed è stata la prima nell’area del Mediterraneo ad avviare negoziati concernenti il rilascio facilitato dei visti e l’accordo di libero scambio.

FONTI ARTICOLO “DAL PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO ALLA PEV: L’UE A SOSTEGNO DEI PAESI TERZI MEDITERRANEI” :

- europarl.europa.eu
- lenius.it
- eur-lex.europa.eu
- capitanata2020.eu
- asbl.unioncamere.net

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ECOWAS – CEDEAO e Progetto NourDign, per garantire dignità alle donne Africane

Progetto ECOWAS - CEDEAO e NourDign dignità delle donne in Africa

ECOWAS / CEDEAO e Progetto NourDign, per garantire dignità alle donne Africane

Autrice : Dott.sa Maria Luisa Spagnol
Giugno 2015

I continui sbarchi di profughi sulle coste italiane e greche pongono in maniera pressante il problema dell’immigrazione, problema al quale l’Europa non sembra essere in grado di dare una risposta adeguata: è evidente che l’unica soluzione non può essere quella di un’accoglienza incondizionata di un flusso migratorio senza regole.

Alla politica del malaffare e alle forze oscure della criminalità organizzata nella gestione della problematica è possibile rispondere con azioni più concrete ed efficaci come quelle dello sviluppo in loco. Nell’ambito dei progetti di cooperazione internazionale si distingue il Progetto NourDign, fortemente voluto dall’associazione ADA e ECOWAS gestito completamente dall‘IDA, un progetto di carattere socio-economico che mira a preservare l’indipendenza e la dignità delle donne africane non riducendo il tutto ad una semplice elemosina “lava coscienza” ma garantendo comunque anche delle opportunità per gli investitori italiani. A ECOWAS, nato da un progetto formulato nel lontano 1964 dall’allora presidente della Liberia William Tubman, aderiscono attualmente sedici stati dell’Africa occidentale.

Per garantire il successo del progetto è prima di tutto necessaria la predisposizione di una strategia articolata e complessa capace di individuare i bisogni della popolazione locale per poter migliorare la stessa qualità della vita. Successivamente l’attenzione deve essere focalizzata sul trasferimento delle conoscenze e sulla formazione dei lavoratori attraverso un’azione coordinata e una partecipazione attiva delle istituzioni locali e degli organismi attivi della società come le banche nell’erogazione del credito.

La riuscita di un progetto di cooperazione non si limita alla fornitura di uno strumento, di un bene materiale quale potrebbe essere un macchinario. La chiave del successo risiede in realtà nel trasferimento del metodo, delle conoscenze e della mentalità delle tecniche consolidate delle cooperative europee che può avvenire solo formando una classe docente locale, sempre nel rispetto dell’esperienza della storia e delle tradizioni dei popoli locali. I primi progetti pilota, in corso di realizzazione in Costa d’Avorio e Senegal, sono incentrati sul processo di trasformazione della manioca, del mango, dell’anacardio, dell’arachide e del girasole senza dimenticare lo sviluppo del settore relativo all’allevamento finalizzato alla riduzione della dipendenza di questi paesi dall’importazione di carni e derivati.

Nourdign è uno dei progetti pilota tipo che prevede la fornitura di macchinari e materiali nonché la manutenzione degli stessi e un preciso percorso di formazione, dal docente professionale al tecnico locale. La fattibilità del progetto, comunque, non può prescindere dall’analisi di mercato, dall’individuazione dei bisogni delle popolazioni locali, dalla ricerca dei partner e dalla scelta del parco fornitori. La formula ipotizzata prevede una promessa occupazionale di due / tre donne, che si alternano su turni di otto ore, per ognuna delle cinque unità produttive, garantendo così un reddito per almeno dieci / quindici famiglie.
I progetti di cooperazione come quello a cui si fa riferimento rappresentano una delle possibili risposte al problema attuale dell’immigrazione.

NOTE :
- ECOWAS in inglese – Economic Community of West African States
- CEDEAO in francese – Communauté économique des États de l’Afrique de l’Ouest

FONTI :
- http://www.ecowas.int/
- http://www.nourdign.org/invest_italian-version.html

PER INFORMAZIONI DI DETTAGLIO SUL PROGETTO E PER ADERIRE

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Paesi in via di sviluppo, Come uscire dalla trappola della povertà?

Paesi in via di sviluppo, Come uscire dalla trappola della povertà

Paesi in via di sviluppo, Come uscire dalla trappola della povertà?

Autore: Pierre Varasi
Gennaio 2015

2,5 miliardi di persone nel mondo vivono sotto la soglia di povertà, pari a 2$ al giorno. 1,3 miliardi vivono sotto la soglia di povertà estrema, cioè con meno di 1,25$ al giorno. L’Africa sud-sahariana rappresenta da sola il 46,8% di questi (dati del 2011). Subito dopo si trova il Sud Asia, con il 24,5%.

Interrogarsi sulle origini e sulle cause di questo fenomeno è ovviamente importante, ma queste non sono semplici da trovare: alcuni studiosi danno la colpa al loro ‘naturale sottosviluppo culturale’, altri alle colonizzazione europee, altri ancora alle condizioni climatiche e del territorio, in ogni caso teorie poco conciliabili. Per quanto si potrebbero trarre argomenti a favore di ognuna di queste, penso sia più importante capire cosa si possa fare e non solamente guardarsi indietro.
Gli stati sviluppati provano da anni ormai ad aiutare questi paesi.

Dalla fine della seconda guerra mondiale, si è avuta una grande accelerazione nella nascita di istituzioni, movimenti e associazioni per lo sviluppo. Ma a distanza di quasi 70 anni gli aiuti si sono rivelati quasi inefficaci. Ciò che hanno sbagliato non è la quantità o la forma degli aiuti, quanto la modalità con cui sono stati consegnati, e quello che questi aiuti hanno comportato. In particolare, in moltissimi di questi stati non vengono rispettate tradizioni e cultura locale, ma semplicemente importati strumenti e anche costumi occidentali, senza tener presente delle unicità di ognuno dei paesi riceventi.

Ancora più importante è considerare che all’aiuto si è quasi sempre legato un qualche tipo di interesse: economico, condizionato a specifiche politiche e programmi, o anche all’acquisto di prodotti dal paese portatore di aiuti. Simili critiche possono essere fatte alle istituzioni di Bretton Woods: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. I paesi in via di sviluppo sottolineano come queste siano controllate ed influenzate dalle potenze mondiali, che impongono un’unica visione economica, quella neo-liberale; che minano la sovranità statale con le loro imposizioni; che concedono capitali, senza però assumersi la responsabilità dei lavoratori e dei migranti che qualsiasi trasformazione economica comporta. Infine, che applicano gli stessi strumenti ovunque e allo stesso modo.

Tutto questo non toglie però che degli aiuti siano necessari. In un paese povero la maggior parte degli introiti viene speso nel consumo, e questo riduce i risparmi. Ne seguono anche minor investimenti, fondi per innovazioni tecnologiche e non solo, cosa che porta ad una bassa produzione ed una crescita lenta. Questa è la trappola della povertà, definita così perché di rimando la bassa produzione porterà nuovamente a consumi limitati ma che costituiranno la maggior parte degli introiti. Ciò che a questo punto può cambiare le cose è solo un investimento esterno, che, quando ben sfruttato, può portare allo sviluppo di settori strategici e del turismo. Da questo principio deriva l’importanza del commercio, che dagli anni ’50 è costantemente aumentato, portando novità e cambiamenti in tutto il mondo.

Non mancano poi i difensori delle istituzioni sopra citate: gli stati non sono costretti ad accettare i crediti loro proposti, ma soprattutto, è davvero giusto lasciare che questi vengano usati liberamente da nazioni spesso corrotte e piene di problemi anche a livello politico e giuridico? Inoltre, con il tempo sono nati diversi movimenti che vorrebbero la cancellazione dei debiti per i paesi del terzo mondo, a dimostrazione del fatto che molti si sono ormai accorti degli errori commessi in passato e che questo debito vada a soffocare maggiormente le loro economie.

Come far uscire quindi questi paesi dalla trappola della povertà? Utilizzando sia prestiti da parte di stati e istituzioni, e gestendoli in modo controllato ma non necessariamente legato a clausole predefinite; ma soprattutto tramite l’investimento privato. Sigrid Kaag, assistente amministratore del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), sostiene che senza investimento privato non ci sarà alcuna crescita significativa. Il settore privato porterebbe infatti conoscenze avanzate, innovazioni, modelli di commercio e produzione testati. Soltanto condividendo queste conoscenze sarà possibile un vero sviluppo nel Terzo Mondo.

La verità è che per quanto ci si possa sforzare, mandare soldi non basta per migliorare le condizioni di vita dei paesi in via di sviluppo. Lo stesso presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim ammette che i fondi pubblici non siano sufficienti, mentre un ruolo maggiore dato ai privati porterebbe alla creazione di nuovi posti di lavoro. Non sarebbero solo posti di lavoro ad essere creati, ma crescerebbero i salari. Questo porterebbe di conseguenza ad un miglioramento nelle condizioni di salute e vita, nei livelli di istruzione e nella creazione di infrastrutture. Le nuove aziende, trasferitesi da poco, genererebbero poi un nuovo introito per il governo, sotto forma di tasse; sarebbero competitive per il mercato e per questo emulate da quelle già presenti sul territorio, portando ad una maggiore produttività.

A lungo termine, tutto ciò renderebbe migliore la qualità dei prodotti, allo stesso tempo rendendoli più economici. Le fasce più povere della popolazione sono già un nuovo mercato per molte aziende statunitensi in India e Brasile, per esempio. Inoltre, non solo l’investimento privato deve concentrarsi in queste aree per tentare di aiutarle, ma anche per crescere: dalla crisi economica del 2008 la crescita del terzo mondo è stata un motore per le nostre economie.

FONTI:

- Worldbank.org
- UNDP.org
- IFC.org
- Baker, “Shaping the Developing World”

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Il Trattato Transatlantico TTIP sul commercio e gli investimenti: guadagni ad un alto prezzo

Trattato Transatlantico commercio estero e investimenti

Il Trattato Transatlantico TTIP sul commercio e gli investimenti: guadagni ad un alto prezzo

Autore: Pierre Varasi
19/03/2015

Il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP, da ‘Transatlantic Trade and Investment Partnership’) è un accordo commerciale di libero scambio tra Stati Uniti ed Unione Europea. In corso di negoziazione dal giugno 2013, dopo anni di preparazione informale, dovrebbe essere completato entro il 2015, o almeno così sperano i suoi sostenitori. Le critiche, infatti, sono dure, e arrivano da più fronti.

Il TTIP viene ufficialmente definito dall’UE come un accordo commerciale e per gli investimenti, con l’obiettivo di “aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo le basi per norme globali”. Un trattato che, nel caso fosse approvato, potrebbe essere esteso ad altri partner primari dei due colossi europeo e statunitense.

Partiamo da alcuni dei suoi punti principali: l’apertura dei mercati statunitensi alle imprese europee, la riduzione degli oneri amministrativi per le imprese esportatrici (i dazi), la definizione di nuove norme per rendere più agevoli export, import ed investimenti. Per semplificare, il trattato aprirebbe una nuova zona di libero scambio, semplificandone e migliorandone le procedure.

In economia gli strumenti della politica commerciale sono suddivisi tra: strumenti tariffari (dazi sulle importazioni e sussidi alle esportazioni), strumenti quantitativi (contingentamenti, cioè quote massime, e restrizioni volontarie), barriere non tariffarie (standard produttivi, sanitari, ecc.), il dumping (la vendita sottocosto sui mercati esteri) e infine misure ritorsive (contro pratiche scorrette di alcuni paesi o imprese). Il TTIP vorrebbe riuscire ad uniformare le barriere non tariffarie, portando precedentemente a dazi nulli sugli scambi bilaterali, e a mire anti dumping. Anche gli appalti pubblici saranno aperti ad imprese ed aziende straniere.

Quello che Unione Europea, Stati Uniti ed industrie vogliono ottenere è la creazione di nuovi posti di lavoro, la riduzione dei prezzi per i consumatori, aumentando allo stesso tempo la scelta in quanto ai prodotti. Solo in Italia si prevede che il trattato porterebbe ad una crescita del PIL tra lo 0,5 e il 4% e ad un aumento dell’occupazione. In totale, ci si aspetta una crescita dell’export del 28% circa, pari a 187 miliardi di euro. Effetti che in un periodo economico quale quello della crisi porterebbero certamente ad una crescita non indifferente e, ottimisticamente, ad un’uscita completa dalla crisi stessa. I benefici sarebbero infine burocratici ed amministrativi, e anche la maggior concorrenza potrebbe portare a più innovazione.

Il TTIP però, come prevedibile, deve affrontare pesanti critiche. Associazioni Slow Food, economisti, agenzie private e cittadini muovono critiche che non possono essere ignorate.
Le critiche si basano su ragioni di ogni tipo. Partiamo dal fatto che il TTIP sia stato per lungo tempo un accordo segreto nei suoi contenuti, cosa che ha portato ad una mancanza di trasparenza, almeno fino al 7 gennaio di quest’anno, quando la Commissione Europea ha pubblicato i testi integrali dei negoziati.

Le critiche più specifiche a ciò che il trattato comporterebbe riguardano, in particolare, l’uniformazione delle barriere non tariffarie: gli Stati Uniti usano, dichiaratamente, OGM, ormoni per le carni e un’altissima quantità di pesticidi, per esempio. I produttori di generi alimentari statunitensi non devono attenersi agli stessi standard di salvaguardia ambientale o di salute del bestiame della controparte europea.

Chiaramente, nel processo di uniformazione degli standard produttivi, i consumatori europei ci perderebbero, vedendo aumentare, nei propri supermercati, prodotti di minor qualità rispetto ad oggi, a causa dell’introduzione di prodotti geneticamente modificati vietati, per ora, in Europa. L’Unione Europa applica poi principi quali quello ‘dall’azienda agricola alla forchetta’ (farm to fork) e il principio di precauzione. Il primo consiste in un controllo di ogni passaggio della produzione, sempre monitorata e tracciabile.

Negli USA, invece, vengono controllati solo i prodotti finali. Il secondo riguarda invece un’altra differenza fondamentale: mentre in Europa è possibile ritirare un prodotto dal mercato se sussiste il rischio che possa costituire un pericolo per la salute, anche nel caso manchino dati scientifici, negli USA in assenza di una prova chiara di correlazione tra prodotto e danno l’alimento resta in commercio. Inoltre, in Europa è l’azienda che cerca di immettere il proprio prodotto nel mercato a doverne dimostrare la sicurezza; negli Stati Uniti è l’autorità pubblica a dover richiedere una prova di dannosità, cosa che avviene raramente.

Anche la crescita economica che tanto viene promossa dai sostenitori del trattato non è a prova di critiche: molti economisti sostengono che i posti di lavoro diminuirebbero, invece che crescere, per esempio a causa della scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in quanto ad appalti pubblici. Stiglitz, economista noto per le sue critiche al Fondo Monetario Internazionale, sostiene che ‘gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici’.
I controlli sulla qualità dei prodotti, alimentari e farmaceutici in primis, restano comunque il centro delle tesi degli oppositori al trattato. La domanda è se sacrificare alcune normative e standard, aprendo completamente ai mercati statunitensi, allo scopo di far crescere l’economia delle due aree.

LINK
- EU (European Union)

FONTI :
- http://ec.europa.eu/index_en.htm (European Commission – Trade)
- ilpost.it “che cos’è il TTIP”
- http://stop-ttip-italia.net/

MERCOSUR : un’unione che deve rinnovarsi

Mercosur

MERCOSUR : un’unione che deve rinnovarsi

Autore: Pierre Varasi, 23/04/2015

Il 26 marzo del 1991 nasceva con il trattato di Asunción il MERCOSUR (o MERCOSUL, Mercato Comune del Sud), tra Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Quattro anni dopo entrava definitivamente in funzione, portando diversi cambiamenti nell’economia di questi paesi. I provvedimenti di questa unione erano infatti diversi e rappresentavano una novità per i paesi dell’America Latina. Primo tra tutti il libero commercio di prodotti, servizi e materie prime tra gli stati membri.

Fin dal 1995 vennero tolti così dazi e restrizioni al commercio. La somiglianza con il MEC (Mercato Comune Europeo) non è casuale: gli stati membri del MERCOSUR hanno sempre ammesso di prendere la Comunità Europea come esempio di un’unione economica tra stati. Altro elemento fondamentale fu l’istituzione di una tariffa comune verso stati terzi all’unione. Vennero poi istituiti organismi che coordinassero le relazioni tra paesi membri, in particolare con riferimento ad agricoltura, industria e tutto ciò che potesse essere rilevante da un punto di vista economico.

Questi organismi servirono anche per consigliare agli stati quali cambiamenti interni fossero necessari per permettere al MERCOSUR di rafforzarsi: il trattato che lo aveva istituito prevedeva infatti alcuni doveri, tra cui il raggiungimento di un mercato comune vero e proprio, che avrebbe reso possibile un movimento libero, anche di forza lavoro oltre che di capitale, tra gli stati membri. Infine, si prevedeva che gli stati membri dovessero essere democratici e garantire uguali diritti.

Dal 1996 entrarono a fare parte del MERCOSUR nuovi stati, Bolivia e Cile in primis. Nel 2003 aderì il Perù, nel 2004 Colombia ed Ecuador. Infine, nel 2012, entrò il Venezuela. È proprio l’entrata del Venezuela, però, a mettere in dubbio le basi su cui questa unione poggia. Come sappiamo, il Venezuela è stato nelle mani di Hugo Chávez dal 1992 al 2013, e per quanto ci siano stati decisivi miglioramenti sotto il suo potere nell’economia del paese, e non solo, non si può mettere in discussione che di democrazia non si sia trattato. Chiamato il ‘dittatore socialista’ non a caso, è morto nel marzo 2013, e da allora il Venezuela si trova nella mani di Nicolas Maduro. Ma torniamo al MERCOSUR: non solo l’ammissione del Venezuela ha rappresentato la prima vera eccezione ai principi democratici che stanno alla base dell’unione, ma inoltre Chávez si è più volte detto contrario allo stesso principio di libero commercio, sostenendo invece bisognasse portare l’unione verso nuovi principi socialisti. Nessuna delle decisioni fatte dal 2012 in poi è stata effettivamente implementata dal Venezuela, mettendo a repentaglio l’efficacia di vecchie e nuove proposizioni.

Dall’ingresso del Venezuela ad oggi, il MERCOSUR è stato re-indirizzato verso funzioni più politiche e sociali che economiche. Rimane quindi da capire quale sarà il ruolo di questa supposta area di libero scambio nel futuro. Tuttavia, potrebbe esserci una nuova spinta e questa potrebbe giungere dall’Unione Europea. Nei primi anni della sua nascita, MERCOSUR ed UE hanno tentato una collaborazione, ma fin dal 1999 le discussioni sono state interrotte e rimaste in una fase di stallo. Oggi, però, sembra esserci nuova volontà, in particolare da parte dell’Uruguay di Vazquez, di lanciare una collaborazione tra le due unioni.

Insieme alla presidente del Brasile Dilma Rousseff, Vazquez spera di riuscire a proporre un nuovo dialogo con l’UE. Se questo funzionasse non ci sarebbero solo conseguenze economiche per i due gruppi di stati, ma il MERCOSUR potrebbe avvantaggiarsi di questa nuova ‘linfa vitale’ per aggiornarsi e rimanere attivo. Il Venezuela sembra essere riluttante all’idea, ma, almeno in questo stadio delle cose, non ha grande influenza e non può far affondare il progetto.

Il bisogno di un rinnovamento è evidente se si considera che gli scopi che gli stati membri si erano posti negli anni ’90 non sono stati raggiunti, per esempio non ci sono tariffe ne politiche comuni verso paesi terzi esterni all’unione. Le difficoltà si originano anche per le troppe differenze tra i paesi membri: è difficile avere politiche comuni quando l’inflazione è in un paese al 6,7% (Uruguay, 2010) e in un altro al 27% (Venezuela, 2010). In particolare, gli stessi portavoce dell’unione ammettono che quando i principi sono effettivamente implementati, lo sono per la volontà di stati che stanno solamente perseguendo i propri interessi, e non per la volontà di perseguire gli interessi o gli scopi dell’unione.

Poi, come annunciato dal ministro degli esteri dell’Uruguay Rodolfo Nin Novoa, oggi il MERCOSUR partecipa solamente all’1% degli scambi principali fatti da paesi che optano per il commercio libero. Dato lo stato delle cose, e la quasi impotenza del MERCOSUR dal 2012, qualche cambiamento va di certo apportato. L’unione dovrà evolversi nel prossimo futuro, pur di raggiungere qualche risultato concreto, e puntare ad entrare in nuovi mercati se vuole sopravvivere.

FONTI :

- The economist
- Mercopress.com
- Buenosairessherald.com

NAFTA Agreement vs Unione Europea: unioni a confronto

NAFTA e UE Agreement a confronto

NAFTA Agreement vs Unione Europea: unioni a confronto

Autore: Pierre Varasi
04/04/2015

L’Unione Europea nasce ufficialmente il 7 febbraio 1992 con il trattato di Maastricht, dopo anni di lavoro e progettazione, e con alle spalle la CEE, la Comunità Economica Europea. Le prime idee di un’unione di questo tipo possono essere fatte risalire già al 1800, ma più determinante per la sua nascita fu il Manifesto di Ventotene, scritto negli anni ’40 dagli italiani Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.

Oggi, l’UE comprende 28 paesi membri, ed è quasi perennemente in fase di allargamento: Turchia, Macedonia, Montenegro, Serbia ed Albania hanno inoltrato la richiesta di adesione. Con una popolazione di 503 milioni di abitanti, l’Unione è la più grande area di libero scambio al mondo, con un PIL che rappresenta oltre il 20% di quello mondiale. Sebbene oggi sia attraversata da problemi economici e politici, l’Unione è una delle potenze mondiali più influenti, e divisi i suoi paesi membri non avrebbero né la stessa importanza politica né lo stesso peso economico.

È all’Unione Europea che si ispirarono Canada e Stati Uniti quando i loro presidenti decisero di firmare il trattato costitutivo del NAFTA Agreement (North American Free Trade Agreement – Accordo Americano per il libero scambio), a cui si aggiunse il 1 gennaio del 1994 il Messico. Oggi, questo accordo include 439 milioni di abitanti, e al pari dell’UE, ha il più grande PIL al mondo, con circa 17 trilioni di dollari annui. Ciò non toglie che anche il NAFTA Agreement sia sottoposto a dure critiche da più parti, e che in molti vorrebbero la sua fine, o almeno una sua modifica.

Tra le due aree molte sono le similitudini, anche relativamente alle critiche che ricevono, ma non sono poche le differenze. Ciò che forse ha avuto nel tempo maggiori conseguenze è stata la decisione di non perseguire una integrazione economica completa nell’unione tra Canada, Stati Uniti e Messico. Questo ha significato sia l’assenza di una moneta unica, ma anche una cooperazione e collaborazione limitata ad alcuni campi e settori. In particolare, in America non è stata presa in considerazione l’integrazione nel mondo del lavoro.

Al contrario, in Europa i lavoratori possono circolare liberamente, e il mercato è praticamente unico. Questa mancata integrazione ha significato sia un aumento delle migrazioni, in particolare da Messico a Stati Uniti, ma anche una sempre maggiore “fortificazione” statunitense, con più risorse dedicate alla sicurezza delle frontiere tra i due stati, risorse che sarebbero potute essere destinate altrove. L’Unione Europea ha fatto l’esatto opposto, con lo smantellamento di frontiere e confini, e inviando grandi somme di denaro sotto forma di investimenti agli stati in difficoltà al momento della loro entrata nell’Unione. Queste somme hanno aiutato negli anni ’90, per esempio, la Spagna, che per questa ragione, ha visto prima diminuire l’emigrazione, e poi aumentare l’immigrazione.

L’istituzione della NAFTA Agreement ha visto crescere l’economia nordamericana, ma questo è andato a vantaggio quasi esclusivamente degli Stati Uniti. Mentre il Messico ha dovuto seppellire il suo sistema di sussidi agricoli, gli Stati Uniti hanno potuto tenere i propri. Ancora nel 2008 la crescita economica della Polonia, entrata nell’UE nel 2004, era del 5% del PIL; mentre quella Messicana del 3%. Il centro del problema è forse proprio questo: l’assenza di investimenti che potessero far crescere il Messico, cosa che ha portato il divario tra il PIL dei membri della NAFTA Agreement a crescere.

Nel 1986 questo aveva un valore di 17.700 $, mentre nel 2004 ha raggiunto i 24.100 $. Lo stesso processo può essere descritto se tenuto conto delle ondate migratorie. In Unione Europea la migrazione interna si è attenuata fortemente, mentre nel nord America solo negli ultimi anni si è vista una diminuzione dell’immigrazione dal Messico negli Stati Uniti, fatto che però è difficilmente riconducibile agli effetti dell’area di libero scambio.

L’Unione Europea non può oggi essere vista come un successo assoluto, ma ciò non toglie che difficoltà temporanee possano essere superate, tenuto poi presente che la crisi economica del 2007 è nata proprio negli Stati Uniti, per poi diffondersi anche in Europa. Inoltre, non va dimenticato che NAFTA Agreement ed UE siano entità diverse, con storie e scopi solo parzialmente simili . Ma, anche considerando queste differenze, è naturale pensare che la NAFTA possa imparare qualcosa dall’esperienza europea, arrivando ad un’integrazione economica completa, per raggiungere e sorpassare l’economia della prima, e per risolvere i suoi problemi intestini e le sue disuguaglianze. Per quanto riguarda l’Unione Europea, si deciderà in un futuro che sembra essere vicino se procederà verso una maggiore collaborazione anche politica, diventando il primo esperimento in questo campo (come lo è stato in quello economico), o se invece retrocederà ad un livello di sola cooperazione economica.

LINK NAFTA wikipedia

FONTI:

Caution: Nafta at Work (Massey, 2008)
Advantages Disadvantages And Comparisons EU And NAFTA (lawteacher.net)
www.naftanow.org