ONU

ONU – Organizzazione delle Nazioni Unite

ONU Organizzazione delle Nazioni Unite

“L’ ONU per la Giornata della Memoria”

AUTRICE: Giulia Turchetti
Gennaio 2018

Come si arriva all’ ONU? Dalla Società delle Nazioni Unite all’ ONU

Tra le numerose organizzazioni internazionali è l’ ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) a rivestire un ruolo chiave e determinante sulla scena mondiale. Essa consiste nell’Unione di Stati e i cui poteri sono sovranazionali. Oggi l’ ONU ha concluso mezzo secolo di vita, e deve la sua esistenza ai numerosi Stati Membri che la compongono, che sono tuttora in notevole aumento, in ragione della conquista dell’indipendenza da parte delle ex colonie.

L’ ONU è un’organizzazione le cui origini si fondano sulle ceneri dell’antica Società delle Nazioni. Quest’ultima infatti fu istituita dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e visse soltanto un quarto di secolo. Con lo scopo di garantire la pace e prevenire gli orrori di cui la Grande Guerra era stata responsabile, essa seppe risolvere controversie mediante la conciliazione, ricorrendo soltanto laddove fosse stato necessario all’uso della forza armata. Fu in grado di promuovere la cooperazione internazionale, e per questo ottenne grandi riconoscimenti.

I risultati positivi che conseguì negli anni che vanno dal 1920 al 1932 ebbero l’effetto di renderla nota come il centro della diplomazia europea. Ma a partire dalla metà degli anni ’30 la Società cominciò ad assistere al suo lento ma progressivo declino. Se infatti gli Stati Uniti si erano fatti promotori della sua creazione, in quegli anni l’allora presidente Wilson decretò il ritiro del Paese dalla Società delle Nazioni, indebolendola notevolmente. Infatti ciò che ne derivò fu lo strapotere delle nazioni europee, quali Francia ed Inghilterra: la Società delle Nazioni aveva assunto un carattere troppo eurocentrico che causò la sua stessa fine. Inoltre una serie di eventi, come ad esempio l’occupazione tedesca della Renania nel 1936, facevano presagire lo scoppio di un imminente conflitto: quello che sarebbe poi diventato noto come la Seconda Guerra Mondiale.

Tuttavia benché la Società delle Nazioni si sia rivelata essere fallimentare, denotò un importante momento di crescita per il sistema amministrativo internazionale. Pertanto l’ ONU rappresenta lo sviluppo della Società delle Nazioni, perché condivideva, tra i tanti aspetti, il sostenimento della pace e prevenire conflitti d’ogni genere. La sua Carta fu firmata nel 1945 a San Francisco.

L’ ONU vuole promuovere il progresso sociale, reprimere l’intolleranza e garantire la sicurezza internazionale. Talvolta per esigere il rispetto delle sue disposizioni fa ricorso ai “caschi blu”, che si fanno garanti della sospensione degli atti bellici. Supervisiona il rispetto e le violazioni dei diritti umani negli Stati ONU, informando l’opinione pubblica sullo stato dei diritti umani nel mondo. Tuttavia nella sua lunga storia, l’
ONU, benché si sia fatta promotrice di importanti cause, come il mantenimento della pace e della sicurezza a livello globale, non ha altrettanto impedito il verificarsi di atroci guerre che sono ancora in corso.

Istituti specializzati

Ad oggi l’ ONU conta di numerosi istituti specializzati, ciascuno dei quali espleta una funzione peculiare. Tra i tanti ad esempio: l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), l’Organizzazione per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), e il Fondo internazionale delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF).

UNICEF e UNHCR sono inoltre esempi di ONG, cioè organizzazioni non governative, le quali si contraddistinguono maggiormente per due aspetti che sono: il carattere privato e l’assenza di profitto. Infatti ricevendo una parte importante dei loro introiti da fonti private, si impegnano per lo sviluppo dei paesi che sono più arretrati dal punto di vista sociale ed economico.

La Giornata della Memoria

Nel 2005 l’ ONU ha istituito una ricorrenza internazionale di non trascurabile importanza: la Giornata della Memoria per commemorare le vittime dell’Olocausto. L’ ONU ha decretato questa data, poiché il 27 gennaio 1945 avveniva la liberazione dei campi di concentramento. In questa giornata, inoltre, l’intolleranza, l’odio e l’aggressività verso persone e comunità motivate da differenze religiose ed etniche sono condannate senza riserva. È importante e soprattutto necessario ricordare, perché per essere cittadini consapevoli la conoscenza di fatti e avvenimenti realmente accaduti è una prerogativa fondamentale. Quello che la storia ci tramanda è un genocidio razionale, ben organizzato, che si avvaleva della tecnologia e di impianti efficienti per sterminare un popolo intero nel cuore dell’Europa. Gli stati membri dell’ ONU hanno il dovere di trasmettere alle nuove generazioni le “lezioni dell’Olocausto”, e a tal fine i luoghi storicamente significativi della Shoah vanno conservati. L’ ONU rifiuta apertamente il negazionismo.

Pertanto ad oggi il Segretario generale dell’ ONU, Antonio Guterres, rivolge un’esortazione alla quale non si può restare indifferenti: e cioè quella di “restare uniti contro la normalizzazione dell’odio, perché ogni qual volta e dovunque i valori dell’umanità vengono abbandonati, siamo tutti a rischio. Tutti noi abbiamo la responsabilità di resistere al razzismo e alla violenza con immediatezza, chiarezza e decisione. Con l’educazione e la comprensione, possiamo costruire un futuro fatto di dignità, diritti umani e coesistenza pacifica per tutti.”

FONTI: ( articolo ONU )

www.un.org/
www.agensir.it
www.unric.org/it

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PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO e PEV

DAL PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO ALLA PEV

partenariato-euromediterraneo
DAL PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO ALLA PEV: L’UE A SOSTEGNO DEI PAESI TERZI MEDITERRANEI

Autrice: Elisa Mariani

Ottobre 2016

Nel novembre del ‘95 con la Dichiarazione di Barcellona veniva istituito il partenariato euromediterraneo, ovvero un accordo globale che ancora oggi vede il coinvolgimento dell’Unione Europea e dei paesi del Sud del Mediterraneo, al fine di garantire all’area in questione il benessere sociale, politico ed economico attraverso un dialogo e una collaborazione costruttivi tra le parti.

I paesi del Sud del mediterraneo o Paesi Terzi Mediterranei (PTM) che hanno aderito a tale accordo sono: Israele, Turchia, Libano, Siria, Malta, Marocco, Cipro, Giordania, Palestina, Algeria, Tunisia ed Egitto. L’invito è stato rivolto anche alla Libia, che attualmente ha lo status di osservatore, e alla Mauritania in quanto membri dell’Unione del Maghreb Arabo (UMA) insieme a Marocco, Tunisia ed Algeria.

A livello politico gli accordi euromediterranei di associazione e il dialogo tra le parti hanno permesso di costruire una base comune per l’osservanza dello stato di diritto e dei principi democratici, delle libertà fondamentali, dei diritti dell’uomo e della lotta contro il terrorismo, nonché dell’abolizione delle armi di distruzione di massa.
In ambito socio-culturale le maggiori innovazioni apportate riguardano l’incentivazione del dialogo interreligioso, della lotta contro l’immigrazione clandestina, dell’uso dei mass media come strumento di comunicazione interculturale e dell’istruzione volta al rispetto delle differenti identità culturali .

Altro tassello importante è il partenariato economico e commerciale, che mira all’istituzione di una zona di libero scambio (ZLS) nell’area del Mediterraneo, volta all’abbattimento degli ostacoli commerciali e delle barriere doganali che impediscono la libera circolazione delle merci, lo scambio dei prodotti agricoli e dei servizi. Secondo le stime dell’Institut de la Méditerranée la ZLS apporterà un incremento del traffico marittimo pari al 16% all’incirca rispetto al trend abituale. L’ambizioso obiettivo dello sviluppo stabile e sostenibile dei PTM che l’accordo si prefigge, passa anche per il supporto da parte dell’UE alla crescita del settore privato e degli investimenti, delle nuove tecnologie , dell’economia di mercato e alla lotta contro la povertà nei paesi interessati.

Inoltre, con la dichiarazione di Barcellona l’Unione Europea si è impegnata per lo stanziamento di fondi a favore dei PTM attraverso il supporto della Banca Europea per gli investimenti.
Altre iniziative importanti sono costituite dalla promozione delle piccole e medie imprese, dalla compartecipazione delle regioni dei PTM, dall’eliminazione degli ostacoli agli investimenti esteri diretti da parte dei PTM, dalla sostenibilità ambientale e dal ruolo chiave della donna all’interno dell’economia.

Tuttavia, l’attivazione e il completamento della zona di libero scambio previsti per il 2010 hanno avuto dei rallentamenti dovuti soprattutto all’ inattività e mancanza di concretezza e attuazione dei propositi del partenariato euromediterraneo. Per ridare nuovo slancio a quanto promesso nel 1995 con la Dichiarazione di Barcellona, nel 2002 l’Unione Europea ha istituito il FEMIP, il Fondo Euro Mediterraneo di Investimento e Partenariato per finanziare progetti che coinvolgono le piccole e medie imprese e le aziende del settore turistico o delle infrastrutture nei PTM, e più in generale tutti i progetti aventi come obiettivo il progresso economico e sociale dei paesi a Sud del Mediterraneo. A seguito dell’allargamento dell’UE, nel 2004 la stessa Unione ha dato vita alla Politica Europea di Vicinato (PEV) che ha visto nel 2005 la ratifica dei Piani di Azione ad essa correlati con Israele, Palestina, Tunisia e Marocco. Nel 2007 è avvenuta la firma dei Piani di Azione con Egitto e Libano.

Inoltre, sempre a tale scopo, nel 2008 si ha avuto la creazione dell’Unione per il Mediterraneo, che tra le novità ha apportato la costituzione del Gruppo di lavoro sulla cooperazione industriale euro-mediterranea che vede la partecipazione di enti, associazioni d’impresa, organismi internazionali ed istituzioni dell’Unione Europea, con lo scopo di mettere in atto misure concrete idonee a realizzare quanto concordato ogni due anni nell’incontro tra i rappresentanti UE e i Ministri dell’Industria dei Paesi Terzi Mediterranei.

Negli ultimi anni, anche alla luce dei recenti sviluppi geopolitici dovuti in parte all’insorgere delle molteplici proteste scoppiate nei Paesi a Sud del Mediterraneo, i rapporti tra l’UE e i singoli PTM hanno subito diverse modifiche.
A partire dal 2012 sono iniziati i negoziati concernenti un possibile piano d’azione in Algeria in materia di sicurezza, misure anti- corruzione, ed energia, di cui il paese rappresenta uno dei maggiori produttori.

In Libia, dopo la fine del regime Gheddafi e la conseguente guerra civile, l’UE attraverso il supporto all’azione diplomatica svolta dalle Nazioni Unite, l’attuazione nel 2013 di una missione concernente il miglioramento nel controllo delle frontiere e la disponibilità a mettere a disposizione fondi dello Strumento di vicinato, sta dando il suo contributo nella creazione di uno Stato solido fondato sul principio di inclusione.

A beneficiare degli effetti della Primavera Araba è stato il rapporto con la Tunisia. Infatti dopo la rivoluzione dei gelsomini nel 2011, l’Unione Europea ha sostenuto economicamente e politicamente il processo di democratizzazione che ha portato ad una nuova costituzione e alla riuscita delle elezioni parlamentari e presidenziali nel 2014. A seguito di tali avvenimenti l’UE e la Tunisia hanno instaurato un partenariato privilegiato che prevede il rafforzamento della collaborazione politica ed economica tra le parti, passando per l’istituzione del partenariato per la mobilità di Marzo 2014 e per le trattive concernenti una zona di libero scambio globale avviate nel 2015.

Diversa sorte è toccata all’Egitto, che in seguito all’insorgere della rivoluzione inseribile nel quadro delle Primavere Arabe nel 2011, non ha avuto la stabilità politica necessaria effettuare i progressi auspicati dall’UE con il proprio supporto nella realizzazione delle riforme volte al benessere dell’Egitto sotto tutti i punti di vista.

Infine, il Marocco gode dal 2008 dello status avanzato nell’ambito della Politica Europea di Vicinato, volto al miglioramento della cooperazione tra le parti con un maggior sostegno da parte dell’UE nell’attuazione delle riforme di carattere politico ed economico del paese. Nel 2013 la collaborazione Ue-Marocco ha dato vita alla messa in atto del Piano di Azione PEV e al partenariato per la mobilità, ed è stata la prima nell’area del Mediterraneo ad avviare negoziati concernenti il rilascio facilitato dei visti e l’accordo di libero scambio.

FONTI ARTICOLO “DAL PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO ALLA PEV: L’UE A SOSTEGNO DEI PAESI TERZI MEDITERRANEI” :

- europarl.europa.eu
- lenius.it
- eur-lex.europa.eu
- capitanata2020.eu
- asbl.unioncamere.net

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ECOWAS – CEDEAO e Progetto NourDign, per garantire dignità alle donne Africane

Progetto ECOWAS - CEDEAO e NourDign dignità delle donne in Africa

ECOWAS / CEDEAO e Progetto NourDign, per garantire dignità alle donne Africane

Autrice : Dott.sa Maria Luisa Spagnol
Giugno 2015

I continui sbarchi di profughi sulle coste italiane e greche pongono in maniera pressante il problema dell’immigrazione, problema al quale l’Europa non sembra essere in grado di dare una risposta adeguata: è evidente che l’unica soluzione non può essere quella di un’accoglienza incondizionata di un flusso migratorio senza regole.

Alla politica del malaffare e alle forze oscure della criminalità organizzata nella gestione della problematica è possibile rispondere con azioni più concrete ed efficaci come quelle dello sviluppo in loco. Nell’ambito dei progetti di cooperazione internazionale si distingue il Progetto NourDign, fortemente voluto dall’associazione ADA e ECOWAS gestito completamente dall‘IDA, un progetto di carattere socio-economico che mira a preservare l’indipendenza e la dignità delle donne africane non riducendo il tutto ad una semplice elemosina “lava coscienza” ma garantendo comunque anche delle opportunità per gli investitori italiani. A ECOWAS, nato da un progetto formulato nel lontano 1964 dall’allora presidente della Liberia William Tubman, aderiscono attualmente sedici stati dell’Africa occidentale.

Per garantire il successo del progetto è prima di tutto necessaria la predisposizione di una strategia articolata e complessa capace di individuare i bisogni della popolazione locale per poter migliorare la stessa qualità della vita. Successivamente l’attenzione deve essere focalizzata sul trasferimento delle conoscenze e sulla formazione dei lavoratori attraverso un’azione coordinata e una partecipazione attiva delle istituzioni locali e degli organismi attivi della società come le banche nell’erogazione del credito.

La riuscita di un progetto di cooperazione non si limita alla fornitura di uno strumento, di un bene materiale quale potrebbe essere un macchinario. La chiave del successo risiede in realtà nel trasferimento del metodo, delle conoscenze e della mentalità delle tecniche consolidate delle cooperative europee che può avvenire solo formando una classe docente locale, sempre nel rispetto dell’esperienza della storia e delle tradizioni dei popoli locali. I primi progetti pilota, in corso di realizzazione in Costa d’Avorio e Senegal, sono incentrati sul processo di trasformazione della manioca, del mango, dell’anacardio, dell’arachide e del girasole senza dimenticare lo sviluppo del settore relativo all’allevamento finalizzato alla riduzione della dipendenza di questi paesi dall’importazione di carni e derivati.

Nourdign è uno dei progetti pilota tipo che prevede la fornitura di macchinari e materiali nonché la manutenzione degli stessi e un preciso percorso di formazione, dal docente professionale al tecnico locale. La fattibilità del progetto, comunque, non può prescindere dall’analisi di mercato, dall’individuazione dei bisogni delle popolazioni locali, dalla ricerca dei partner e dalla scelta del parco fornitori. La formula ipotizzata prevede una promessa occupazionale di due / tre donne, che si alternano su turni di otto ore, per ognuna delle cinque unità produttive, garantendo così un reddito per almeno dieci / quindici famiglie.
I progetti di cooperazione come quello a cui si fa riferimento rappresentano una delle possibili risposte al problema attuale dell’immigrazione.

NOTE :
- ECOWAS in inglese – Economic Community of West African States
- CEDEAO in francese – Communauté économique des États de l’Afrique de l’Ouest

FONTI :
- http://www.ecowas.int/
- http://www.nourdign.org/invest_italian-version.html

PER INFORMAZIONI DI DETTAGLIO SUL PROGETTO E PER ADERIRE

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Paesi in via di sviluppo, Come uscire dalla trappola della povertà?

Paesi in via di sviluppo, Come uscire dalla trappola della povertà

Paesi in via di sviluppo, Come uscire dalla trappola della povertà?

Autore: Pierre Varasi
Gennaio 2015

2,5 miliardi di persone nel mondo vivono sotto la soglia di povertà, pari a 2$ al giorno. 1,3 miliardi vivono sotto la soglia di povertà estrema, cioè con meno di 1,25$ al giorno. L’Africa sud-sahariana rappresenta da sola il 46,8% di questi (dati del 2011). Subito dopo si trova il Sud Asia, con il 24,5%.

Interrogarsi sulle origini e sulle cause di questo fenomeno è ovviamente importante, ma queste non sono semplici da trovare: alcuni studiosi danno la colpa al loro ‘naturale sottosviluppo culturale’, altri alle colonizzazione europee, altri ancora alle condizioni climatiche e del territorio, in ogni caso teorie poco conciliabili. Per quanto si potrebbero trarre argomenti a favore di ognuna di queste, penso sia più importante capire cosa si possa fare e non solamente guardarsi indietro.
Gli stati sviluppati provano da anni ormai ad aiutare questi paesi.

Dalla fine della seconda guerra mondiale, si è avuta una grande accelerazione nella nascita di istituzioni, movimenti e associazioni per lo sviluppo. Ma a distanza di quasi 70 anni gli aiuti si sono rivelati quasi inefficaci. Ciò che hanno sbagliato non è la quantità o la forma degli aiuti, quanto la modalità con cui sono stati consegnati, e quello che questi aiuti hanno comportato. In particolare, in moltissimi di questi stati non vengono rispettate tradizioni e cultura locale, ma semplicemente importati strumenti e anche costumi occidentali, senza tener presente delle unicità di ognuno dei paesi riceventi.

Ancora più importante è considerare che all’aiuto si è quasi sempre legato un qualche tipo di interesse: economico, condizionato a specifiche politiche e programmi, o anche all’acquisto di prodotti dal paese portatore di aiuti. Simili critiche possono essere fatte alle istituzioni di Bretton Woods: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. I paesi in via di sviluppo sottolineano come queste siano controllate ed influenzate dalle potenze mondiali, che impongono un’unica visione economica, quella neo-liberale; che minano la sovranità statale con le loro imposizioni; che concedono capitali, senza però assumersi la responsabilità dei lavoratori e dei migranti che qualsiasi trasformazione economica comporta. Infine, che applicano gli stessi strumenti ovunque e allo stesso modo.

Tutto questo non toglie però che degli aiuti siano necessari. In un paese povero la maggior parte degli introiti viene speso nel consumo, e questo riduce i risparmi. Ne seguono anche minor investimenti, fondi per innovazioni tecnologiche e non solo, cosa che porta ad una bassa produzione ed una crescita lenta. Questa è la trappola della povertà, definita così perché di rimando la bassa produzione porterà nuovamente a consumi limitati ma che costituiranno la maggior parte degli introiti. Ciò che a questo punto può cambiare le cose è solo un investimento esterno, che, quando ben sfruttato, può portare allo sviluppo di settori strategici e del turismo. Da questo principio deriva l’importanza del commercio, che dagli anni ’50 è costantemente aumentato, portando novità e cambiamenti in tutto il mondo.

Non mancano poi i difensori delle istituzioni sopra citate: gli stati non sono costretti ad accettare i crediti loro proposti, ma soprattutto, è davvero giusto lasciare che questi vengano usati liberamente da nazioni spesso corrotte e piene di problemi anche a livello politico e giuridico? Inoltre, con il tempo sono nati diversi movimenti che vorrebbero la cancellazione dei debiti per i paesi del terzo mondo, a dimostrazione del fatto che molti si sono ormai accorti degli errori commessi in passato e che questo debito vada a soffocare maggiormente le loro economie.

Come far uscire quindi questi paesi dalla trappola della povertà? Utilizzando sia prestiti da parte di stati e istituzioni, e gestendoli in modo controllato ma non necessariamente legato a clausole predefinite; ma soprattutto tramite l’investimento privato. Sigrid Kaag, assistente amministratore del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), sostiene che senza investimento privato non ci sarà alcuna crescita significativa. Il settore privato porterebbe infatti conoscenze avanzate, innovazioni, modelli di commercio e produzione testati. Soltanto condividendo queste conoscenze sarà possibile un vero sviluppo nel Terzo Mondo.

La verità è che per quanto ci si possa sforzare, mandare soldi non basta per migliorare le condizioni di vita dei paesi in via di sviluppo. Lo stesso presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim ammette che i fondi pubblici non siano sufficienti, mentre un ruolo maggiore dato ai privati porterebbe alla creazione di nuovi posti di lavoro. Non sarebbero solo posti di lavoro ad essere creati, ma crescerebbero i salari. Questo porterebbe di conseguenza ad un miglioramento nelle condizioni di salute e vita, nei livelli di istruzione e nella creazione di infrastrutture. Le nuove aziende, trasferitesi da poco, genererebbero poi un nuovo introito per il governo, sotto forma di tasse; sarebbero competitive per il mercato e per questo emulate da quelle già presenti sul territorio, portando ad una maggiore produttività.

A lungo termine, tutto ciò renderebbe migliore la qualità dei prodotti, allo stesso tempo rendendoli più economici. Le fasce più povere della popolazione sono già un nuovo mercato per molte aziende statunitensi in India e Brasile, per esempio. Inoltre, non solo l’investimento privato deve concentrarsi in queste aree per tentare di aiutarle, ma anche per crescere: dalla crisi economica del 2008 la crescita del terzo mondo è stata un motore per le nostre economie.

FONTI:

- Worldbank.org
- UNDP.org
- IFC.org
- Baker, “Shaping the Developing World”

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Il Trattato Transatlantico TTIP sul commercio e gli investimenti: guadagni ad un alto prezzo

Trattato Transatlantico commercio estero e investimenti

Il Trattato Transatlantico TTIP sul commercio e gli investimenti: guadagni ad un alto prezzo

Autore: Pierre Varasi
19/03/2015

Il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP, da ‘Transatlantic Trade and Investment Partnership’) è un accordo commerciale di libero scambio tra Stati Uniti ed Unione Europea. In corso di negoziazione dal giugno 2013, dopo anni di preparazione informale, dovrebbe essere completato entro il 2015, o almeno così sperano i suoi sostenitori. Le critiche, infatti, sono dure, e arrivano da più fronti.

Il TTIP viene ufficialmente definito dall’UE come un accordo commerciale e per gli investimenti, con l’obiettivo di “aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo le basi per norme globali”. Un trattato che, nel caso fosse approvato, potrebbe essere esteso ad altri partner primari dei due colossi europeo e statunitense.

Partiamo da alcuni dei suoi punti principali: l’apertura dei mercati statunitensi alle imprese europee, la riduzione degli oneri amministrativi per le imprese esportatrici (i dazi), la definizione di nuove norme per rendere più agevoli export, import ed investimenti. Per semplificare, il trattato aprirebbe una nuova zona di libero scambio, semplificandone e migliorandone le procedure.

In economia gli strumenti della politica commerciale sono suddivisi tra: strumenti tariffari (dazi sulle importazioni e sussidi alle esportazioni), strumenti quantitativi (contingentamenti, cioè quote massime, e restrizioni volontarie), barriere non tariffarie (standard produttivi, sanitari, ecc.), il dumping (la vendita sottocosto sui mercati esteri) e infine misure ritorsive (contro pratiche scorrette di alcuni paesi o imprese). Il TTIP vorrebbe riuscire ad uniformare le barriere non tariffarie, portando precedentemente a dazi nulli sugli scambi bilaterali, e a mire anti dumping. Anche gli appalti pubblici saranno aperti ad imprese ed aziende straniere.

Quello che Unione Europea, Stati Uniti ed industrie vogliono ottenere è la creazione di nuovi posti di lavoro, la riduzione dei prezzi per i consumatori, aumentando allo stesso tempo la scelta in quanto ai prodotti. Solo in Italia si prevede che il trattato porterebbe ad una crescita del PIL tra lo 0,5 e il 4% e ad un aumento dell’occupazione. In totale, ci si aspetta una crescita dell’export del 28% circa, pari a 187 miliardi di euro. Effetti che in un periodo economico quale quello della crisi porterebbero certamente ad una crescita non indifferente e, ottimisticamente, ad un’uscita completa dalla crisi stessa. I benefici sarebbero infine burocratici ed amministrativi, e anche la maggior concorrenza potrebbe portare a più innovazione.

Il TTIP però, come prevedibile, deve affrontare pesanti critiche. Associazioni Slow Food, economisti, agenzie private e cittadini muovono critiche che non possono essere ignorate.
Le critiche si basano su ragioni di ogni tipo. Partiamo dal fatto che il TTIP sia stato per lungo tempo un accordo segreto nei suoi contenuti, cosa che ha portato ad una mancanza di trasparenza, almeno fino al 7 gennaio di quest’anno, quando la Commissione Europea ha pubblicato i testi integrali dei negoziati.

Le critiche più specifiche a ciò che il trattato comporterebbe riguardano, in particolare, l’uniformazione delle barriere non tariffarie: gli Stati Uniti usano, dichiaratamente, OGM, ormoni per le carni e un’altissima quantità di pesticidi, per esempio. I produttori di generi alimentari statunitensi non devono attenersi agli stessi standard di salvaguardia ambientale o di salute del bestiame della controparte europea.

Chiaramente, nel processo di uniformazione degli standard produttivi, i consumatori europei ci perderebbero, vedendo aumentare, nei propri supermercati, prodotti di minor qualità rispetto ad oggi, a causa dell’introduzione di prodotti geneticamente modificati vietati, per ora, in Europa. L’Unione Europa applica poi principi quali quello ‘dall’azienda agricola alla forchetta’ (farm to fork) e il principio di precauzione. Il primo consiste in un controllo di ogni passaggio della produzione, sempre monitorata e tracciabile.

Negli USA, invece, vengono controllati solo i prodotti finali. Il secondo riguarda invece un’altra differenza fondamentale: mentre in Europa è possibile ritirare un prodotto dal mercato se sussiste il rischio che possa costituire un pericolo per la salute, anche nel caso manchino dati scientifici, negli USA in assenza di una prova chiara di correlazione tra prodotto e danno l’alimento resta in commercio. Inoltre, in Europa è l’azienda che cerca di immettere il proprio prodotto nel mercato a doverne dimostrare la sicurezza; negli Stati Uniti è l’autorità pubblica a dover richiedere una prova di dannosità, cosa che avviene raramente.

Anche la crescita economica che tanto viene promossa dai sostenitori del trattato non è a prova di critiche: molti economisti sostengono che i posti di lavoro diminuirebbero, invece che crescere, per esempio a causa della scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in quanto ad appalti pubblici. Stiglitz, economista noto per le sue critiche al Fondo Monetario Internazionale, sostiene che ‘gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici’.
I controlli sulla qualità dei prodotti, alimentari e farmaceutici in primis, restano comunque il centro delle tesi degli oppositori al trattato. La domanda è se sacrificare alcune normative e standard, aprendo completamente ai mercati statunitensi, allo scopo di far crescere l’economia delle due aree.

LINK
- EU (European Union)

FONTI :
- http://ec.europa.eu/index_en.htm (European Commission – Trade)
- ilpost.it “che cos’è il TTIP”
- http://stop-ttip-italia.net/

MERCOSUR : un’unione che deve rinnovarsi

Mercosur

MERCOSUR : un’unione che deve rinnovarsi

Autore: Pierre Varasi, 23/04/2015

Il 26 marzo del 1991 nasceva con il trattato di Asunción il MERCOSUR (o MERCOSUL, Mercato Comune del Sud), tra Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Quattro anni dopo entrava definitivamente in funzione, portando diversi cambiamenti nell’economia di questi paesi. I provvedimenti di questa unione erano infatti diversi e rappresentavano una novità per i paesi dell’America Latina. Primo tra tutti il libero commercio di prodotti, servizi e materie prime tra gli stati membri.

Fin dal 1995 vennero tolti così dazi e restrizioni al commercio. La somiglianza con il MEC (Mercato Comune Europeo) non è casuale: gli stati membri del MERCOSUR hanno sempre ammesso di prendere la Comunità Europea come esempio di un’unione economica tra stati. Altro elemento fondamentale fu l’istituzione di una tariffa comune verso stati terzi all’unione. Vennero poi istituiti organismi che coordinassero le relazioni tra paesi membri, in particolare con riferimento ad agricoltura, industria e tutto ciò che potesse essere rilevante da un punto di vista economico.

Questi organismi servirono anche per consigliare agli stati quali cambiamenti interni fossero necessari per permettere al MERCOSUR di rafforzarsi: il trattato che lo aveva istituito prevedeva infatti alcuni doveri, tra cui il raggiungimento di un mercato comune vero e proprio, che avrebbe reso possibile un movimento libero, anche di forza lavoro oltre che di capitale, tra gli stati membri. Infine, si prevedeva che gli stati membri dovessero essere democratici e garantire uguali diritti.

Dal 1996 entrarono a fare parte del MERCOSUR nuovi stati, Bolivia e Cile in primis. Nel 2003 aderì il Perù, nel 2004 Colombia ed Ecuador. Infine, nel 2012, entrò il Venezuela. È proprio l’entrata del Venezuela, però, a mettere in dubbio le basi su cui questa unione poggia. Come sappiamo, il Venezuela è stato nelle mani di Hugo Chávez dal 1992 al 2013, e per quanto ci siano stati decisivi miglioramenti sotto il suo potere nell’economia del paese, e non solo, non si può mettere in discussione che di democrazia non si sia trattato. Chiamato il ‘dittatore socialista’ non a caso, è morto nel marzo 2013, e da allora il Venezuela si trova nella mani di Nicolas Maduro. Ma torniamo al MERCOSUR: non solo l’ammissione del Venezuela ha rappresentato la prima vera eccezione ai principi democratici che stanno alla base dell’unione, ma inoltre Chávez si è più volte detto contrario allo stesso principio di libero commercio, sostenendo invece bisognasse portare l’unione verso nuovi principi socialisti. Nessuna delle decisioni fatte dal 2012 in poi è stata effettivamente implementata dal Venezuela, mettendo a repentaglio l’efficacia di vecchie e nuove proposizioni.

Dall’ingresso del Venezuela ad oggi, il MERCOSUR è stato re-indirizzato verso funzioni più politiche e sociali che economiche. Rimane quindi da capire quale sarà il ruolo di questa supposta area di libero scambio nel futuro. Tuttavia, potrebbe esserci una nuova spinta e questa potrebbe giungere dall’Unione Europea. Nei primi anni della sua nascita, MERCOSUR ed UE hanno tentato una collaborazione, ma fin dal 1999 le discussioni sono state interrotte e rimaste in una fase di stallo. Oggi, però, sembra esserci nuova volontà, in particolare da parte dell’Uruguay di Vazquez, di lanciare una collaborazione tra le due unioni.

Insieme alla presidente del Brasile Dilma Rousseff, Vazquez spera di riuscire a proporre un nuovo dialogo con l’UE. Se questo funzionasse non ci sarebbero solo conseguenze economiche per i due gruppi di stati, ma il MERCOSUR potrebbe avvantaggiarsi di questa nuova ‘linfa vitale’ per aggiornarsi e rimanere attivo. Il Venezuela sembra essere riluttante all’idea, ma, almeno in questo stadio delle cose, non ha grande influenza e non può far affondare il progetto.

Il bisogno di un rinnovamento è evidente se si considera che gli scopi che gli stati membri si erano posti negli anni ’90 non sono stati raggiunti, per esempio non ci sono tariffe ne politiche comuni verso paesi terzi esterni all’unione. Le difficoltà si originano anche per le troppe differenze tra i paesi membri: è difficile avere politiche comuni quando l’inflazione è in un paese al 6,7% (Uruguay, 2010) e in un altro al 27% (Venezuela, 2010). In particolare, gli stessi portavoce dell’unione ammettono che quando i principi sono effettivamente implementati, lo sono per la volontà di stati che stanno solamente perseguendo i propri interessi, e non per la volontà di perseguire gli interessi o gli scopi dell’unione.

Poi, come annunciato dal ministro degli esteri dell’Uruguay Rodolfo Nin Novoa, oggi il MERCOSUR partecipa solamente all’1% degli scambi principali fatti da paesi che optano per il commercio libero. Dato lo stato delle cose, e la quasi impotenza del MERCOSUR dal 2012, qualche cambiamento va di certo apportato. L’unione dovrà evolversi nel prossimo futuro, pur di raggiungere qualche risultato concreto, e puntare ad entrare in nuovi mercati se vuole sopravvivere.

FONTI :

- The economist
- Mercopress.com
- Buenosairessherald.com

NAFTA Agreement vs Unione Europea: unioni a confronto

NAFTA e UE Agreement a confronto

NAFTA Agreement vs Unione Europea: unioni a confronto

Autore: Pierre Varasi
04/04/2015

L’Unione Europea nasce ufficialmente il 7 febbraio 1992 con il trattato di Maastricht, dopo anni di lavoro e progettazione, e con alle spalle la CEE, la Comunità Economica Europea. Le prime idee di un’unione di questo tipo possono essere fatte risalire già al 1800, ma più determinante per la sua nascita fu il Manifesto di Ventotene, scritto negli anni ’40 dagli italiani Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.

Oggi, l’UE comprende 28 paesi membri, ed è quasi perennemente in fase di allargamento: Turchia, Macedonia, Montenegro, Serbia ed Albania hanno inoltrato la richiesta di adesione. Con una popolazione di 503 milioni di abitanti, l’Unione è la più grande area di libero scambio al mondo, con un PIL che rappresenta oltre il 20% di quello mondiale. Sebbene oggi sia attraversata da problemi economici e politici, l’Unione è una delle potenze mondiali più influenti, e divisi i suoi paesi membri non avrebbero né la stessa importanza politica né lo stesso peso economico.

È all’Unione Europea che si ispirarono Canada e Stati Uniti quando i loro presidenti decisero di firmare il trattato costitutivo del NAFTA Agreement (North American Free Trade Agreement – Accordo Americano per il libero scambio), a cui si aggiunse il 1 gennaio del 1994 il Messico. Oggi, questo accordo include 439 milioni di abitanti, e al pari dell’UE, ha il più grande PIL al mondo, con circa 17 trilioni di dollari annui. Ciò non toglie che anche il NAFTA Agreement sia sottoposto a dure critiche da più parti, e che in molti vorrebbero la sua fine, o almeno una sua modifica.

Tra le due aree molte sono le similitudini, anche relativamente alle critiche che ricevono, ma non sono poche le differenze. Ciò che forse ha avuto nel tempo maggiori conseguenze è stata la decisione di non perseguire una integrazione economica completa nell’unione tra Canada, Stati Uniti e Messico. Questo ha significato sia l’assenza di una moneta unica, ma anche una cooperazione e collaborazione limitata ad alcuni campi e settori. In particolare, in America non è stata presa in considerazione l’integrazione nel mondo del lavoro.

Al contrario, in Europa i lavoratori possono circolare liberamente, e il mercato è praticamente unico. Questa mancata integrazione ha significato sia un aumento delle migrazioni, in particolare da Messico a Stati Uniti, ma anche una sempre maggiore “fortificazione” statunitense, con più risorse dedicate alla sicurezza delle frontiere tra i due stati, risorse che sarebbero potute essere destinate altrove. L’Unione Europea ha fatto l’esatto opposto, con lo smantellamento di frontiere e confini, e inviando grandi somme di denaro sotto forma di investimenti agli stati in difficoltà al momento della loro entrata nell’Unione. Queste somme hanno aiutato negli anni ’90, per esempio, la Spagna, che per questa ragione, ha visto prima diminuire l’emigrazione, e poi aumentare l’immigrazione.

L’istituzione della NAFTA Agreement ha visto crescere l’economia nordamericana, ma questo è andato a vantaggio quasi esclusivamente degli Stati Uniti. Mentre il Messico ha dovuto seppellire il suo sistema di sussidi agricoli, gli Stati Uniti hanno potuto tenere i propri. Ancora nel 2008 la crescita economica della Polonia, entrata nell’UE nel 2004, era del 5% del PIL; mentre quella Messicana del 3%. Il centro del problema è forse proprio questo: l’assenza di investimenti che potessero far crescere il Messico, cosa che ha portato il divario tra il PIL dei membri della NAFTA Agreement a crescere.

Nel 1986 questo aveva un valore di 17.700 $, mentre nel 2004 ha raggiunto i 24.100 $. Lo stesso processo può essere descritto se tenuto conto delle ondate migratorie. In Unione Europea la migrazione interna si è attenuata fortemente, mentre nel nord America solo negli ultimi anni si è vista una diminuzione dell’immigrazione dal Messico negli Stati Uniti, fatto che però è difficilmente riconducibile agli effetti dell’area di libero scambio.

L’Unione Europea non può oggi essere vista come un successo assoluto, ma ciò non toglie che difficoltà temporanee possano essere superate, tenuto poi presente che la crisi economica del 2007 è nata proprio negli Stati Uniti, per poi diffondersi anche in Europa. Inoltre, non va dimenticato che NAFTA Agreement ed UE siano entità diverse, con storie e scopi solo parzialmente simili . Ma, anche considerando queste differenze, è naturale pensare che la NAFTA possa imparare qualcosa dall’esperienza europea, arrivando ad un’integrazione economica completa, per raggiungere e sorpassare l’economia della prima, e per risolvere i suoi problemi intestini e le sue disuguaglianze. Per quanto riguarda l’Unione Europea, si deciderà in un futuro che sembra essere vicino se procederà verso una maggiore collaborazione anche politica, diventando il primo esperimento in questo campo (come lo è stato in quello economico), o se invece retrocederà ad un livello di sola cooperazione economica.

LINK NAFTA wikipedia

FONTI:

Caution: Nafta at Work (Massey, 2008)
Advantages Disadvantages And Comparisons EU And NAFTA (lawteacher.net)
www.naftanow.org

Le foreste: una preziosa fonte di cibo a rischio

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LE FORESTE: UNA PREZIOSA FONTE DI CIBO A RISCHIO

Aprile 2016
Autrice: Ilaria Giunti

Secondo le più recenti ricerche del WWF, le foreste hanno un ruolo fondamentale per la nostra alimentazione e la biodiversità: infatti 1 milione di persone riescono a trarne risorse e cibo e la biodiversità viene custodita per circa l’80% dalle foreste. Le foreste hanno anche una grande rappresentazione a livello planetario: infatti il Pianeta è coperto circa al 30% da foreste sebbene da inizio millennio se ne sono persi circa 150 milioni di ettari; questo dato non deve preoccuparci, poiché, se da inizi anni Novanta al 1999 se ne sono persi soltanto 16 milioni di ettari l’anno, dal 2000 abbiamo perso soltanto 13 milioni di ettari l’anno, dunque questi dati ci riportano un calo significativo che potrebbe essere una buona nota di speranza per tutto il nostro Pianeta.

SU COSA INCIDE LA DEFORESTAZIONE ?

Alcuni dei fattori più colpiti dalla deforestazione la stabilizzazione del suolo e il suo arricchimento, la conservazione delle materie prime, un clima globale più regolato, la sicurezza in ambito salutare e alimentare.

UN PANORAMA PIU’ VARIO

Sebbene i dati riguardo alla deforestazione stiano subendo un calo, questi rimangono allarmanti. Numerosi Governi si stanno attivando per pianificare e mettere in atto diversi progetti di riforestazione soprattutto in Asia, per esempio in Cina, India e Vietnam, dove l’area forestale viene amplificata di circa 4 milioni di ettari l’anno, con dunque un incremento medio della superficie forestale di circa 2,2 milioni di ettari l’anno in tutto il continente. D’altra parte, nei Paesi del Sud America e dell’ Africa come Brasile, Tanzania, Nigeria, Birmania, Bolivia e Venezuela si sono registrati i più alti tassi di deforestazione.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Altra storia è quella italiana, infatti dal 2005 al giorno d’oggi, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Ambiente, abbiamo avuto un aumento della superficie forestale di 600 mila ettari. Questo aumento ha interessato soprattutto le zone del Centro e Sud Italia, tra cui Campania, Molise, Abruzzo, Lazio, Marche, Umbria, Calabria e Basilicata. Nel periodo decennale 2005-2015 si è notato grazie a foto trasmesse dai satelliti un progressivo aumento della superficie forestale sebbene con un ritmo inferiore ai passati decenni.

RIFORESTAZIONE: COLLABORATORE PREZIOSO CONTRO I CAMBIAMENTI CLIMATICI

Molti Paesi stanno attuando progetti di riforestazione per lottare contro le conseguenze dei cambiamenti climatici, come desertificazione e siccità. Infatti le Foreste rivestono un ruolo chiave per la mitigazione del clima dato che riescono ad assorbire anidride carbonica e sono tra le priorità nel piano di obblighi imposti dalle politiche sull’ambiente a livello internazionale.

LA GRANDE MURAGLIA VERDE

Questo progetto, nato nel 1978, è il più grande programma di riforestazione a livello mondiale; “La Grande Muraglia Verde” ha come scopo l’arginamento delle conseguenze date dalla deforestazione feroce attuata dalla Cina negli ultimi decenni. Secondo gli ultimi dati Greenpeace, di tutte le originarie foreste cinesi, solo il 2% è rimasto intatto, oltre un quarto del territorio cinese è coperto da sabbia e la desertificazione sta continuando ad avanzare a ritmi serrati. Arginare questa desertificazione, è proprio questo l’obiettivo del progetto “La Grande Muraglia Verde”.

Questo progetto è stato definito da molti un “ecological mismatch”, cioè un errato abbinamento ecologico, dato che si sono scelti per la riforestazione degli alberi d’alto fusto e dunque, per raggiungere l’obiettivo del progetto, circa 3 anni fa la Banca Mondiale aveva concesso alla Cina un prestito da 80 milioni di dollari in modo da piantare flora al posto di alberi d’alto fusto, dato che questa scelta inizia di riforestare una foresta con alberi d’alto fusto si sta rivelando controproducente; infatti questi alberi non hanno successo nel territorio cinese che è arido.

ALTRE INFORMAZIONI

- Wikipedia: Deforestazione
- Nazioni Unite: articolo FAO
- WWF: articolo
- FAO: leggero miglioramento rispetto al passato nella gestione delle foreste

Europa ed Immigrazione

Immigrazione: La sfida per l’Europa

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LA SFIDA EUROPEA E GLOBALE IN TEMA DI IMMIGRAZIONE

Autrice: Elisa Mariani
Settembre 2016

Croce e delizia del nostro secolo, il fenomeno dell’immigrazione continua ad essere al centro della scena a e a sollevare questioni rilevanti. Rimane infatti un punto interrogativo sui benefici e sulle problematiche apportati dai flussi migratori.

Secondo i dati EUROSTAT di gennaio 2014, nell’Unione Europea i residenti stranieri sarebbero 20,4 milioni, presenti soprattutto in Germania, Italia, Spagna e Francia. Nel periodo 2007 – 2014 è stato inoltre registrato in Italia un aumento del 3% della quota di cittadini stranieri sulla popolazione residente che corrisponde a due milioni di unità. Nel 2013 il flusso di immigrazione in Italia era dato per il 9,2% da rimpatri di cittadini espatriati, per il 25,2% da altri flussi all’interno dell’Unione Europea e per il 65,5% da flussi extra UE. Quest’ultimo dato è il più alto di tutti i paesi UE.

Ciò a testimonianza dell’importanza della popolazione straniera in Italia che costituisce l’8,1% della popolazione complessiva. Inoltre, in Italia gli stranieri compresi tra i 15 ei 34 anni nel 2014 si attestano al 34,3% contro il 21,3% degli italiani, evidenziando una popolazione giovane che rappresenta una risorsa potenziale per il nostro paese. Tuttavia sovente il dibattito pubblico si concentra unicamente sugli aspetti negativi legati a tale tematica che offre invece diversi spunti di riflessione.

Ad ogni modo, come già menzionato, non è solo l’Italia a fare i conti con tale fenomeno, che negli ultimi anni è diventato il principale argomento di discussione nei dibattiti dell’Unione Europea e mondiali. Proprio a partire da ieri è iniziato il Summit sulle Migrazioni ideato da Obama a cui prenderanno parte 150 capi di Stato, in occasione della 71esima assemblea generale delle Nazioni Unite, che vedrà nei prossimi giorni anche lo svolgimento del Vertice ONU sui rifugiati. All’apertura del Summit, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon ha affermato: “Migranti e rifugiati non sono un peso, ma un grande potenziale se solo venisse sbloccato”.

L’obiettivo rimane quello fissato e anelato dalle istituzioni internazionali fino ad oggi: la risoluzione della crisi prodotta dagli eccessivi flussi migratori sia regolari che clandestini dovuti a guerre e carestie e di fenomeni connessi a tale drammatica situazione quali terrorismo, sfruttamento, salvataggio dei profughi e adozione di misure comuni a tutti gli Stati riguardo la gestione dell’attraversamento delle frontiere. Tale strategia è volta al raggiungimento, entro il 2018, dei Global Compact sui Migranti e sui Rifugiati.

L’Unione Europea e i suoi Stati Membri arrivano al Summit sulle Migrazioni delle Nazioni Unite con uno stallo istituzionale riguardo tale tematica, che ha visto una perdita di potere decisionale e di azione da parte del Consiglio Europeo e della Commissione Europea, come confermato in un’intervista dal Vice Ministro degli Esteri Italiano con delega all’immigrazione. Tale situazione di frantumazione del potere decisionale europeo si è acuita soprattutto a seguito dell’insuccesso del Vertice di Bratislava, in cui, stando alle dichiarazioni del Premier Italiano Matteo Renzi si è volutamente evitato di parlare in modo approfondito di un argomento in programma come la questione immigrazione per nascondere e lasciare irrisolti i ben noti disaccordi a riguardo tra gli Stati Membri.

In tale occasione si è vista ancora una volta la mancanza di compattezza dell’Unione, con Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca fautori di un piano personale che prevede la richiesta di più poteri decisionali ai singoli stati rispetto all’UE e l’indisponibilità a partecipare ad un eventuale proposta di quote obbligatorie nell’accoglienza dei rifugiati, sostenendo la solidarietà flessibile, ovvero il libero contributo degli Stati Membri al controllo dei flussi migratori secondo le proprie risorse. Tale piano rappresenta un passo in avanti accolto positivamente dalla cancelliera Angela Merkel, che tuttavia rischia per l’ennesima volta di non sfociare in un accordo comune.

Nonostante le note negative, il Vertice di Bratislava ha portato alla stesura di un documento comprensivo di tabella di marcia che mostra alcune misure concrete da attuare in materia di immigrazione. Tra queste l’attuazione della dichiarazione UE-Turchia per il supporto ai Paesi dei Balcani Occidentali, l’istituzione ufficiale e la piena operatività della guardia costiera e di frontiera europea entro la fine dell’anno, accordi con paesi terzi per la decrescita dell’immigrazione clandestina e per l’incremento dei tassi di rimpatrio e la prosecuzione dei lavori per raggiungere il pieno consenso degli Stati Membri dell’UE riguardo una politica migratoria comune.

FONTI articolo “LA SFIDA EUROPEA E GLOBALE IN TEMA DI IMMIGRAZIONE”:

- consilium.europa.eu
- vita.it
- eunews.it
- ansamed.info
- cliclavoro.gov.it

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